Gabriele D'Annunzio.
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Francesca da Rimini.
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1903. Fratelli Treves Editori, MILANO. 
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
               http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato dal "Progetto Manuzio", iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
Aperto a chiunque voglia collaborare, realizza la pubblicazione e la diffusione gratuita di opere letterarie in formato elettronico.
Ulteriori informazioni sul sito: http://www.liberliber.it/
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Indice.
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Dedica: ALLA DIVINA ELEONORA DUSE.
DANTE ALIGHIERI A TUTTI I FEDELI D'AMORE.
PAOLO MALATESTA A DANTE ALIGHIERI.
FRANCESCA DA RIMINI.
DRAMATIS PERSONAE.
ATTO PRIMO.
ATTO SECONDO.	
ATTO TERZO.
ATTO QUARTO.
ATTO QUINTO.
COMMIATO.
NOTA.
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FINE Indice.
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Dedica:	ALLA DIVINA ELEONORA DUSE.
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Nella volta che sta piena di fati
come l'antro ove seggono i Veggenti
presso le fonti della Vita arcane;
nel fermo cielo che anim di vnti
avversi Michelangelo, d'afflati
formidabili in membra sovrumane;
tra il nudo eroe cui la vittoria  pane
e il deserto profeta belluino
onde irrompe il Futuro come fiume,
la sibilla sorregge il suo volume
raggiando l'uno e l'altro suo vicino,
bellissima per che ancor l'elleno
Apollo canti nel suo vasto seno.
Tale nel cor profondo io vedo e voglio
la beatrice, quando al suo richiamo
risfavilla di me l'ottima parte.
Anima infaticabile, e preghiamo
il dio che faccia a noi come l'orgoglio
ismisurata la virt dell'arte;
s che per alte imagini le carte
sien degne che tal pura man le porti 
e le sollevi tra le luci eterne.
Questa  colei che il nostro ben discerne.
Dice: "O fratello, meco le tue sorti
ardono, quando sul clamor del vulgo 
vestita dei tuoi spiriti rifulgo."
Questa  colei che all'arco mio sonoro
pose la nova corda ch'ella attorse
ed incer perch sicura scocchi.
Un paziente ardire al cor mi corse:
ogni mattino la saetta d'oro
batto, che il destinato segno tocchi.
Vano d'intorno il ghigno degli sciocchi
stride, e la copia delle lodi insulse
come fastidiosa pioggia croscia.
Io non ho cura. Ella ogni bassa angoscia,
ogni vile pensier del cor m'avulse.
Va la mia volont col mio disdegno,
deliberata di toccare il segno.
Pur se il nemico ceda, io non do tregua
al mio ferro. Convien che armato io viva
e sotto le percosse risfavilli.
Ben di porpora  cinta e non d'oliva
l'eroina. Convien ch'ella mi segua
per una selva d'aste e di vessilli.
Dolce cosa in segreti orti tranquilli
sognare all'ombra e riguardar la piuma
lene che trema nel loquace nido.
Ma all'uom novello meglio il flutto e il grido
e l'nsito dei popoli, e la schiuma
e l'impeto del gran cavallo alato,
e la Gorgone, e il duro amor del Fato.
Canzon mia fiera, io star fermo in campo
contra l'odio selvaggio e il falso amore,
e ridendo far la mia vendetta.
A colei che conosce il mio valore
tu vola e le confida: "Io dentro avvampo
di quella verit che non ho detta.
Ti prega il fratel tuo che in su la vetta
del cor tu tenga la tua fiamma accesa,
che s'apparecchia a una pi bella impresa."
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DANTE ALIGHIERI A TUTTI I FEDELI D'AMORE.
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A ciascun'alma presa, e gentil core,
Nel cui cospetto viene il dir presente,
A ci che mi riscrivan suo parvente,
Salute in lor signor, cio Amore.
Gi eran quasi ch'atterzate l'ore
Del tempo che ogni stella  pi lucente,
Quando m'apparve Amor subitamente,
Cui essenza membrar mi d orrore.
Allegro mi sembrava Amor, tenendo
Mio core in mano, e nelle braccia avea
Madonna, involta in un drappo, dormendo.
Poi la svegliava, e d'esto core ardendo
Lei paventosa umilmente pascea:
Appresso gir ne lo vedea piangendo.
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PAOLO MALATESTA A DANTE ALIGHIERI.
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Vedesti, al saggio d'ogni alto amadore
Che 'n la tua vision pose la mente,
Come gioioso quel signor possente
Adduce li suoi servi allo dolore.
Nelle sue braccia avea lo tuo valore
E la tua donna in guisa di dolente
A morir messa, quella mortalmente
Nudrendo dello tuo corale ardore.
Poscia sen giva lagrime spargendo,
Per subita pietate che 'l strignea,
Ascosa morte in ella conoscendo.
Sembiantemente lui vid'io piangendo,
E non Madonna, ahi, ma del cor pascea
Tal disir folle ond'io sempre l'offendo.
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FRANCESCA DA RIMINI.
Tragedia in cinque atti, rappresentata per la prima volta a Roma dalla Compagnia di Eleonora Duse il d 9 dicembre dell'anno 1901.
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DRAMATIS PERSONAE.
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I figli di Guido Minore da Polenta.
Francesca Eleonora Duse.
Samaritana Angelina Pagano.
Ostasio Ciro Galvani.
Bannino Livio Pavanelli.
Le donne di Francesca:
Biancofiore Giuseppina Gaggero.
Alda Fernanda Dalteno.
Garsenda Mercedes Cipriani.
Altichiara Ida Campagnano.
Adonella Lina Mainardi.
La schiava Guglielmina Magazzari.
I partigiani di Guido:
Ser Toldo Berardengo Ettore Mazzanti.
Aspinello Arsendi Carlo Serbolisca.
Viviano de' Vivii Lucio Corradini.
Bertrando Luro Luigi Chiesa.
Il balestriere Luigi Bergonzio.
I figli di Malatesta da Verucchio:
Giovanni lo Sciancato Carlo Rosaspina.
Paolo il Bello Gustavo Salvini.
Malatestino dall'Occhio Emilia Varini.
I partigiani di Malatesta:
Oddo dalle Caminate Carlo Serbolisca.
Foscolo d'Olnano Livio Pavanelli.
Il torrigiano Lucio Corradini.
I balestrieri e gli arcieri.
Il mercatante Ettore Mazzanti.
Il fanticello Bruno Bianchi.
Il medico Luigi Chiesa.
Il giullare Antonio Galliani.
L'astrologo Lucio Corradini.
I musici.
I portatori di fiaccole.
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A Ravenna nelle case dei Polentani; a Rimini nelle case dei Malatesti.
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ATTO PRIMO.
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Appare una corte, nelle case dei Polentani, contigua a un giardino che brilla di l a una chiusura di rami traforati in guisa di transenne. Ricorre per l'alto una loggia che a destra corrisponde con le camere gentilesche e di fronte, aerata su le sue colonnette, mostra avere una duplice veduta. Ne discende, a manca, una scala leggera fino alla soglia del giardino chiuso. Una grande porta  in fondo, e una bassa finestra ferrata; pe' cui vani si scopre una fuga di arcate che circondano un'altra corte pi vasta. Presso la scala  un'arca bisantina, senza coperchio, riempiuta di terra come un testo, dove fiorisce un rosaio vermiglio.
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Scena 1.
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Si vedono le donne protendersi dalla loggia e discendere gi per la scala, curiose accennando verso il giullare che porta appesa sul fianco la sua viola e in mano una gonnella vecchia.
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ALDA. Giullare! Oh, giullare!
GARSENDA. Adonnella, Adonella, c' il giullare in corte! Biancofiore, c' il giullare!  venuto!
ADONELLA. Sono aperte le porte?
BIANCOFIORE. Facciamolo cantare.
ALDA. Oh, sei tu quel Gianni...
IL GIULLARE. Dolci mie donne...
ALDA. Sei tu quel Gianni che dovea venire di Bologna? Gian Figo?
GARSENDA. Sei Gordello che vieni di Ferrara?
IL GIULLARE. Donne mie care...
ADONELLA. Che cerchi per la corte?
IL GIULLARE. Traggo all'odore.
BIANCOFIORE. Noi facciamo a lambicco olio di spigo, di spigo nardo.
IL GIULLARE. Io non son mercatante di spezieria.
ALTICHIARA. Tu ne avrai un mazzetto, rosignolo, se canterai.
GARSENDA. Guardalo come langue!
IL GIULLARE. Donne mie belle, avreste...
BIANCOFIORE. Ne abbiamo a ceste, a ceste.
ADONELLA. Ne abbiamo sacchi pieni, cofani pieni. Madonna Francesca quest'anno bagner la sua bellezza in fino olio di spigo.
IL GIULLARE. Io mi credea trovare odor di sangue nelle case di Guido.
ALDA. Sangue di Traversari. In piazza, in piazza lo troverai.
TUTTE. Polenta! Ammazza, ammazza i Traversari!
IL GIULLARE. Ahi! Tirli in Birli! Si salvi chi puo! Le passere doventano sparvieri. Le risa squillano su per la scala, tra il baleno delle acconciature bicorni.
TUTTE. Arraffa il Ghibellino!
IL GIULLARE. Tacete, che non v'oda il balestrieri e non m'accocchi lesto un verrettone che mi colchi sul ventre anzi il mio d!
ALDA. Tu giura che sei guelfo.
IL GIULLARE. Per San Mercuriale di Forl (che crolli il campanile sul cocuzzo del Feltrano!) io vi dico che son guelfo da quanto Malatesta di Verucchio.
GARSENDA. Bene, allora, se' salvo. Fatti accosto; hai licenza di fiuto.
IL GIULLARE. Di fiuto? Senza arrosto? Ben, s'io son cane, v'hanno a essere cagne per di qui. Sentiamo. Piegasi a terra, su le mani e su i piedi, caninamente, facendo atto di investire le donne.
GARSENDA. Ah can malfusso.
ALDA. Can sozzo!
ALTICHIARA. Can peccatore! To', piglia!
IL GIULLARE. Ahi! ahi! che mi sfondate la viuola, mi stroncate l'archetto.
ADONELLA. To', piglia questo!
GARSENDA. E questo!
BIANCOFIORE. E questo! To'!
IL GIULLARE. Tutte in amore! Ah ch'io non so qual di voi sia pi calda.
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Tutte lo percuotono con le pugna su la schiena ridendo. E come il giullare fa il cane e annusa saltellando fra le gonne, elleno cessano di batterlo e si mettono a ballargli d'intorno scotendo le vesti odorose.
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BIANCOFIORE. Facciamo un ballo a tondo!
ADONELLA. Senti lo spigo, lo spigo nardo?
ALTICHIARA. Son fresca e ardo, son fresca e ardo!
BIANCOFIORE. Fresco lo spigo selvaggio nel lino!
ALDA. Entra con gli occhi per questo giardino!
ALTICHIARA. Lo spigo aulisce e giardino non veggio.
ADONELLA. E come e come ne vien tale orezzo?
TUTTE. Odora! Odora!
GARSENDA. Nella camisa lo spigo selvaggio. Drudo,  venuto lo tempo di maggio.
TUTTE. Odora! Odora!
ADONELLA. Aver vorria lo mio drudo vicino, vicino pi che non  la camisa. Amor m'ha prisa! Amor m'ha prisa!
TUTTE. Odora! Odora! Odora!
IL GIULLARE, drizzandosi e cercando di prendere. Ah! Tirli in Birli! Se una ne abbranco.... Con strilli e risa le giovani si salvano su per la scala; poi si soffermano ansanti d'allegrezza.
ALDA, con un atto di scherno. Tu non sei can da presa.
GARSENDA. No; tu sei can da lardo. Ah povero giullare! Di' il vero. Maggior fame hai tu, che volont di motteggiare.
IL GIULLARE, grattandosi il gorgozzule. S, forse. Gran tempo  che non mi sazio. Odor non pasce fame.
GARSENDA. E allora... allora... va dall'arcivescovo Bonifazio, quale  il pi gran leccardo che sia nel mondo, il Genovese. Questa  casa da Polenta.
IL GIULLARE. Gialla con fiore d'elleboro nero, che non nasce pi gengero nel mondo, che tutto, sal mi sia, le donne di Ravenna l'han... nel tondo, sal mi sia, sal mi sia.
GARSENDA. Sei tu tondo di pelo che ti credevi forse di mattare noi e noi t'abbiam matto.
BIANCOFIORE. Canta, giullare!
ALDA. Balla, giullare!
IL GIULLARE, raccattando il suo cencio. Voi mi avete disfatto, oh meschino alla vita mia! Per sorte avresti voi un poco..
GARSENDA. Di che? di lardo?
IL GIULLARE. Avresti voi un poco di scarlatto?
ADONELLA. Sei tu per motteggiare? Stiamo accorte.
BIANCOFIORE. Ma tu chi sei? quel Gianni...
ALTICHIARA. O Biancofiore, guardalo in che panni! Il farsetto s'azzuffa co' calzari.
GARSENDA.  Gian Figo che viene di Bologna.
BIANCOFIORE. Vien di Bologna senza un bolognino.
ALDA. Egli  certo di parte Lambertazza.
GARSENDA. La mala razza!
ALDA. E gli  fatto vergogna dai Geremei.
ALTICHIARA. Hai tu perduto grande signora?
GARSENDA. Oh, Adonella, guardalo:  scampato solo in panni di gamba.
IL GIULLARE. E voi me li trarreste...
ADONELLA. Oh te meschino! Mrati allo specchio, torto come un balestro sul teniere.
BIANCOFIORE. Or tu cantaci il guasto di Bologna da poi che lo Re Enzo fu pigliato...
GARSENDA. E io dico che viene di Ferrara.
IL GIULLARE, gridando impazientito. Io vengo di Ferrara e vengo di Bologna.
GARSENDA. Eri tu dunque che di Bologna a Ferrara menavi Ghisolabella de' Caccianimici al marchese Opizzo.
IL GIULLARE. Certo, certo che s, come tu dici.
GARSENDA. E tu anche facesti le nozze della suora del Marchese con quel giudice ricco di Gallura, ch'era un pochetto vizzo e s'ebbe aiuto da un suo fante grosso...
IL GIULLARE. Certo che s, come tu dici; e n'ebbi in dono...
ALDA. Un osso?
ADONELLA. Due castagne?
BIANCOFIORE. Tre noci e una nocciuola?
ALTICHIARA. Un torsolo di pimpinella?
GARSENDA. Un paio di chiocciole e una ghianda?
IL GIULLARE. Questa guarnacca di saia d'Irlanda... no: di sciamito vermiglio di Tiria... no: tutta di velluto chermis e foderata di dossi di vai!
GARSENDA. Guarda, guarda, Altichiara, quel che ha per mano.
ALTICHIARA. Un guarnacchino vecchio
GARSENDA. Ma no, che  una gonnella romagnuola.
ALDA. Tu sei dunque Gordello e non Gian Figo.
ADONELLA. Ma no, ch'egli  un giudeo.
BIANCOFIORE.  Lotto rigattiere, quello di Porta Sisi.
ALTICHIARA. Vendi ciarpe o cantari?
ADONELLA. Di': che ci porti? stracci o sirventesi?
IL GIULLARE. Meschino me, ch'io mi credeva entrare in casa dei signori da Polenta e mi ritrovo in questo passeraio!
GARSENDA. Va, fatti animo; ch'io sono contenta d'averti mostro, o gran caleffadore, che non si vince donna di Ravenna al gioco della berta...
IL GIULLARE. e dell'antenna.
ALDA. Ti ringalluzzi?
ADONELLA. Vuoi rinfrescar la zuffa?
BIANCOFIORE. No, Alda; via, facciamolo cantare.
GARSENDA. Ma non vedi che sorta di viuola ha costui, Adonella? La non ti pare una zucca frataia con quel corpaccio e con quel manicaccio? La rosa  senza grazia. Mancano tasti, manca bordone e mezzanella. S'egli abbaia, la sua viuola frigna. Va, scarabilla un ribechino e lascia star l'archetto.
BIANCOFIORE. Lascia tu star la baia, Mona Berta! Or si parr s'egli sapr cantare. Su via, giullare, cantaci dunque una bella canzone. Ne sai qualcuna di quel trovadore che chiamano il Notaro da Lentino? Ne sa Madonna Francesca una bella che incomincia: "Meravigliosamente un amor mi distringe." Tu la sai?
IL GIULLARE. S, la dir, se avete un poco di scarlatto.
ALTICHIARA. Ma che vuoi tu con questo tuo scarlatto?
ADONELLA. Accorte! Stiamo accorte
IL GIULLARE. Io vorrei volentieri che voi mi rappezzaste questa gonnella.
ALTICHIARA. O che buona ventura! Or vuoi tu ripezzare il romagnuolo con lo scarlatto?
IL GIULLARE. Se voi l'avete, fatemi di grazia questo servigio! Una rottura in petto et un'altra sul gomito: ecco qua. Avete due pezzuole?
ALTICHIARA. Eh, n'abbiam bene; e ti s'acconcer se tu ci canterai. Ma a vederla sar pur cosa nuova. scarlatto e romagnuolo!
IL GIULLARE. Io vo sempre cercando cose nuove, come nuovo ch'io sono; per fo questo. Ma dianzi io trovai pi nuova cosa, qui venendo: ch'io mi scontrai con uno, presso di qui due miglia, che il capo avea di ferro e le gambe di legno e favellava con le spalle.
BIANCOFIORE. Oh che questa  ben pi nuova cosa. Be', dicci come, dicci come.
ADONELLA. Accorte! Stiamo accorte!
IL GIULLARE. Et io vel voglio dire. I' trovai uno con una grande cervelliera in capo, che andava a coglier pine nel pineto di Ravenna, e per andava a grucce; e, domandato se avesse veduto un compagnuzzo ch'era scorso innanzi, ei ristrinse le spalle dicendomi con esse che non l'avea veduto.
BIANCOFIORE, con disdegno. Ma questa  cosa vera.
IL GIULLARE. Son io nuovo che spaccio cose vere per frasche, Tirli in Birli! Cos fatemi questo ch'io vi chieggo. E, quando sar fatto, non starete gran tempo che, sapendo la cagione, direte che Gian Figo...
GARSENDA. Tu ti se' palesato.
TUTTE. Egli  Gian Figo!
IL GIULLARE. Direte che Gian Figo  savio quanto Dinadam figlio del re d'Orbelanda, ch'era savio perch disamorato.
ALTICHIARA. Su, via, d qua; che  tempo di cantare.
BIANCOFIORE. "Tempo viene che sale..." Sai tu le bette rime del re Enzo, di quel re che perdette la battaglia co' Bolognesi e fu prigione e messo nella gabbia di ferro ove fin sua vita cantando il suo dolore? Furon sei anni a marzo; e l'ho in memoria. "Tempo viene che sale e che discende, tempo  da parlare e da tacere..."
ADONELLA. No, no, Gian Figo. Dicci la canzonetta del re Giovanni di Gerusalem "pel fior delle contrade".
GARSENDA. No, dicci quella del re Federigo, "canzonetta gioiosa" (la sa Madonna Francesca che  il fiore di Ravenna) composta per il fiore
di Soria quando il siri di Soavia amava una donzella valente, della casa di Brienna, che sua mogliera avea condotta seco d'oltremare ad onore; et era questa mogliera del Soave propiamente una figlia del re Giovanni, ch'ebbe nome Isabella e poi se ne mor; e Federigo spos la sorella del re semplice Arrigo d'Inghilterra; che gli piacque perch, come Madonna Francesca, ell'era dotta di musica e di bel parlar gentile; e furono le terze nozze; et ella, che cantava e sonava tutto d e tutta notte, avea... Biancofiore le chiude la bocca con la mano.
IL GIULLARE. Che ciaramella! Oh povero il re Enzo, giammai non  qui tempo da tacere. Che farai della tua mercatanzia, Gian Figo? Ciarla, ciangola, ciangotta: per quattro ciarle te ne danno mille!
ALTICHIARA. Ascolta me, giullare. Lascia i re in sepoltura. Dicci: "Madre mia dammi marito - Figlia mia dimmi il perch - Che mi faccia dolcemente..."
ALDA. Ma  vecchia! Ascolta me, giullare.
ALTICHIARA. Allora "Monna Lapa Imbotta imbotta..."
ALDA. No!
ALTICHIARA. Allora: "Questo mio nicchio s'io nol picchio..."
ALDA. Chtati!
ALTICHIARA. Allora: "Ognuna tien sette amanti per tutti i d della semmana..."
ALDA. Chtati!
ALTICHIARA. "Monna Aldruda, levate la coda - Ch buone novelle..."
ALDA. Chtati! O Biancofiore, turale la bocca. Ascolta me, giullare: le canzoni sono vecchie....
ADONELLA. V' un novo trovadore di Bologna. Per certo tu l'udisti. Ha novo stile. Di nome  Messer Guido... Messer Guido di... di...
IL GIULLARE. di Guinizello. E degli usciti con i Lambertazzi, rifugiato a Verona ov'ei si muore.
ALDA. Ch'ei si muoia!  di parte imperiale. Ch'ei vada a trovar rime nell'Inferno! Ascolta me: raccontaci una storia di cavalieri.
BIANCOFIORE. S, s. Sai tu la Tavola Ritonda? sai le belle avventure? il grande amore d'Isotta la bionda?
IL GIULLARE. So le storie di tutti i cavalieri e di tutte le gran cavallarie che furon fatte al tempo del re Art, e spezialmente so
di Messere Tristano e di Messere Lancilotto del Lago e di Messere Prizivalle il Gallese che gust il sangue del Signor Nostro Ges; e so di Galeasso, di Galvano, e d'altri e d'altri. So tutti i romanzi.
ALDA. E di Ginevra?
ADONELLA. Oh la tua buona sorte! Noi lo diremo a Madonna Francesca,  vero, Alda?, che tanto se ne diletta; et ella ti doner, giullare, grandemente.
IL GIULLARE. Mi doner l'avanzo.
ADONELLA. Quale avanzo?
IL GIULLARE. L'avanzo di quelle due pezzuole di scarlatto.
ADONELLA. Ben altro avrai tu: grandissimi doni. Sta lieto, ch'ella  sposa. Messer Guido la sposa a un Malatesta. Le nozze sono apparecchiate...
BIANCOFIORE. Intanto racconta a noi! Siam tutte orecchi. "Tempo  d'ascoltare" disse il prigioniero. Tutte si adunano e si protendono verso il giullare che si dispone a dire l'argomento.
IL GIULLARE. Come Morgana manda al re Art lo scudo che predice il grande amore del buon Tristano e d'Isotta fiorita. E ci sar fra la pi bella dama et il pi bello cavalier del mondo. E come Isotta beve con Tristano il beveraggio che sua madre Lotta ha destinato a lei et al re Marco, e come il beveraggio  s perfetto che gli amanti conduce ad una morte. Le donne stanno in ascolto. Il giullare fa una ricercata su la viola e canta. "Or, venuta che fue l'alba del giorno, re Marco e il buon Tristano si levaro..."
LA VOCE DI OSTASIO, dal fondo. Dite al Pugliese ladro, ditegli ch'io mi laver le mani e i piedi nel suo sangue!
ALDA. Ecco Messer Ostasio.
GARSENDA. Via! Via!
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Il gruppo delle ascoltanti subito si scioglie. Elle fuggono su per la scala, con risa e strilli; trascorrono per la loggia; scompaiono.
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IL GIULLARE. La mia gonnella! V'accomando la mia gonnella buona, e lo scarlatto.
ALTICHIARA, sporgendosi dall'alto della loggia. Ritorna a mezza nona, che sar fatto.
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Exit.
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Scena 2.
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Entra Ostasio da Polenta, per la grande porta del fondo, in compagnia di Ser Toldo Berardengo.
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OSTASIO, afferrando il giullare sbigottito. Che fai qui, manigoldo? Con chi parlavi? Con le donne? Come sei venuto? Sei tu di Messer Paolo Malatesta? Su rispondi!
IL GIULLARE. Signor mio, voi mi serrate troppo. Ahi!
OSTASIO. Venuto sei con Messer Paolo?
IL GIULLARE. No, signor mio.
OSTASIO. Tu menti!
IL GIULLARE. S, signor mio.
OSTASIO. Parlavi con le donne. E che dicevi tu? Parlavi certo di Messer Paolo... Che dicevi?
IL GIULLARE. No, no, signor mio; ma di Messer Tristano.
OSTASIO. Tu non ti befferai di me due volte, ch'io ti far pi tristo di Tristano per tutti i giorni tuoi, sconcio poltrone!
IL GIULLARE. Ahi, ahi, che mai ti feci, signor mio? Io cantava un cantare. Io cantava la Tavola Ritonda. Quelle donne volevano un'istoria
di cavalieri... Io son giullare e canto per fame, e la mia fame credeasi avere meglio che busse nelle case del Magnifico Messer Guido. Non ho ronzino, e venni a piedi dal castello di Calboli, ov' chiuso Messer Rinieri e fa gran guarnimento con pi di settecento fanti...
OSTASIO. Tu vieni da Calboli?
IL GIULLARE. S, signor mio.
OSTASIO. Fosti mai dai Malatesti, a Rimino?
IL GIULLARE. No, mai, signor mio.
OSTASIO. Dunque tu non conosci Messer Paolo, il Bello, che tanto ama i giullari e se li vede intorno volentieri e suona e canta...
IL GIULLARE. Per mala sorte mai non lo conobbi; ma vo per lui. E, s'io lo trovo, mai pi mi vorr partire dal suo fianco. Evviva Messer Paolo Malatesta! Egli fa l'atto di partirsi in fretta. Ostasio lo riafferra, e chiama il balestriere che custodisce l'altra corte.
OSTASIO. Iacomello!
IL GIULLARE. Che feci io mai? Perch mi date strazio?
OSTASIO. Troppo ciarli.
IL GIULLARE. Io sono muto.  la fame che latra in me. Tenetemi prigione nelle cucine e star cheto come olio...
OSTASIO. Taci, gaglioffo! Iacomello, ti do in custodia questo ciancivendolo. Mettigli un buon bavaglio.
IL GIULLARE. Un mostacciuolo, mi basta un mostacciuolo.
OSTASIO. Un sergozzone val meglio.
IL GIULLARE, mentre il balestriere lo spinge. Ah, quando Madonna Francesca sapr questo che voi mi fate... Io debbo cantare alle sue nozze.
Evviva Messer Paolo Malatesta!
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Exit.
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Scena 3.
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Iroso e sospettoso il figlio di Guido trae seco il notaro verso l'arca.
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OSTASIO. Questi giullari et uomini di corte sono la peste di Romagna, peggio che la canaglia imperiale. Lingue di femminelle, tutto sanno, tutto dicono; van pel mondo a spargere novelle e novellette; hanno sempre gli orecchi nei segreti. Chi vuol sapere come il buon Rettore
pontificio si giace con la moglie di Lizio da Valbona? Chi vuol sapere come Rinier da Calboli  provvisto co' denari di parte geremea? Or quel gaglioffo cianciava con le donne di Francesca... S'egli fosse un giullare dei Malatesti, gi le donne saprebbero di Paolo ogni novella, e vano sarebbe ormai l'artifizio che voi, Ser Toldo, consigliaste da quel gran savio che voi siete.
SER TOLDO. Egli era s povero ad arnese che non mi d sospetto ch'egli segua s grazioso cavaliere, quale  Paolo, che per uso largheggia con tal gente. Ma ben faceste a mettergli il bavaglio. Questi uomini di corte son pur anco indovini qualche volta, che rubano il mestiere agli astrolaghi...
OSTASIO.  vero. E quella schiava cipriana, che tanto  cara a mia sorella, ora mi d sospetto, essendo ella un poco indovina; perch so ch'ella fa certe indovinazioni per via di sogni... E, da pi giorni, io veggo la mia sorella piena di pensieri e quasi dolorosa come se avesse fatto qualche sogno funesto; et anche, ieri proprio, l'udii che gittava un grandissimo sospiro come avesse una pena nel suo cuore e udii Samaritana dirle: "Che hai, sorella? Perchi piangi?"
SER TOLDO. Messer Ostasio,  maggio.
OSTASIO. Certo non ci daremo pace, avanti che il matrimonio sia perfetto. E temo, Ser Toldo, che ce ne potr seguire scandalo.
SER TOLDO. Voi dovete pur sapere chi  vostra sorella e quanto ell' d'altiero animo. E s'ella vede quel Gianciotto, cos sciancato e rozzo e con quegli occhi di dimne furente, avanti che il contratto delle sue sposalizie sia rogato, non il padre, n voi, n altri certo potr mai fare ch'ella lo voglia per marito, s'anco voi le poneste lo stocco alla gola o la traeste pe' capelli a furia nelle vie di Ravenna.
OSTASIO. Io lo so bene, Ser Toldo: il mio padre le diede per nutrice una sua spada di meravigliosa tempera, quella ch'egli bagn nel sangue di Cesena quand'era podest.
SER TOLDO. Dunque se veramente vi cale questo parentado, mi parrebbe non esservi altro modo da tenere, che quello che s' detto. E poich Paolo Malatesta  giunto come procuratore di Gianciotto qui, con pieno mandato a disposare Madonna Francesca, mi parrebbe doversi procedere alle nozze senz'alcuna dimora, se volete darvi pace, Messer Ostasio. Paolo  molto bello e piacevole giovine, fina esca veramente; ma troppo
 facil cosa da sapere ch'egli  il marito d'Orabile. Pur ora voi avete battuto quel giullare per timor delle ciance.
OSTASIO. Voi avete ragione, Ser Toldo: ci conviene troncar gli indugi. Questa sera torna mio padre da Valdoppio; e noi faremo che domani sia pronto il tutto.
SER TOLDO. Bene, Messer Ostasio.
OSTASIO. E poi... che seguir?
SER TOLDO. Se conducasi il tutto con prudenza e segretezza, Madonna Francesca non prima s'avvedr di questo inganno che a Rimino quand'ella,
la mattina seguente al giorno delle nozze, vedr levarsi....
OSTASIO, turbato. Ah, sembra una vendetta spaventosa.
SER TOLDO. ...levarsi da lato a s Gianciotto.
OSTASIO. E cos bella! E noi ci vendichiamo della sua bellezza, quasi ch'ella avesse offesa la nostra casa nascendo come un fiore in mezzo a tanto ferro. Noi la daremo allo Sciancato per il soccorso di quei cento fanti! Ma non vale ella forse la signoria di tutta la Romagna? Falso notaro, che ponesti in mente al mio padre?  ben tuo questo basso mercato. Io non ne voglio. Intendi?
SER TOLDO. Che tarantola vi morde, Messer Ostasio? Parea che non ci fosse in Romagna migliore parentado...
OSTASIO. Dei Malatesti? E chi son mai costoro da Verucchio? Per questo matrimonio avremo noi Cesena Cervia Faenza Forl Civitella, mezza Romagna? Avemmo cento fanti per cacciare la parte Traversara oh il gran soccorso! E Dovadola e Gello e Montaguto son forse in nostro potere? Gianciotto! Chi  costui? Quando io penso che quella vedova Traversaria, vecchia cagna rognosa, ha disposato, dopo il nepote del Papa, il figliuolo di Andrea re d'Ungheria...
SER TOLDO. E che vi cale del re d'Ungheria?
OSTASIO. Ma noi siam qui, con questo villan pugliese, con questo Guglielmotto che si spaccia per legittimo erede di Paolo Traversari e ci travaglia; e certo non l'abbiamo noi disfatto per sempre con que' cento fanti; e ritorner poich'egli avr ottenuto il soccorso de' Fogliani. E che si spera allora da Malatesta?
SER TOLDO. Malatesta  il maggior guelfo che sia oggi in Romagna e il primo difensore della Chiesa, e il Pontefice lha in grazia, e fu messo Vicario di Firenze da Re Carlo, e dovunque  ricercato Capitano...
OSTASIO. O notaro, Guido di Montefeltro l'ha pur rotto al ponte di San Procolo. O notaro, Guglielmino de' Pazzi l'ha respinto a Reversano e l'ha costretto ancora a cedere la Rocca di Cesena.
SER TOLDO. Ma la vittoria a Colle di Valdelsa contro i Senesi, quand'egli uccise Provenzan Salvani? Ma quando nella Marca Anconitana fece prigione il Conte Guido e il trasse a Rimino con tutti i suoi? Ma quando ebbe intercette le lettere segrete di Balduino Imperatore a Re Manfredi? Ei sembra, Messere Ostasio, che la vostra memoria non sia guelfa.
OSTASIO. Se il diavolo viene e mi d mano a sterminare la mala genia della schiava Pasquetta e del Pugliese, io sono del diavolo, notaro.
SER TOLDO. Ah, ah, bene m'apposi: vi morde la tarantola di Puglia.
OSTASIO. L'imperatore Federigo (Dio gli conceda per questo un sorso d'acqua nell'Inferno!) avea pur distrutto il seme precipitando Aica Traversari nella fornace ardente. Et ecco un giorno viensene a Ravenna una schiava Pasquetta col suo drudo e dice: "Io sono Aica"; e trova un arcivescovo Filippo che la dichiara legittima erede e con rinvestitura del ducato e del manso la fa signora! Et ecco quell'immondo ladrone del marito a capo della parte ghibellina contro la casa da Polenta! O Ser Toldo, ora noi facciamo fatti d'arme contro Guglielmo Francisio bastardo di pecorai. Avete inteso?
SBR TOLDO. Voi l'avete pur cacciato di Ravenna.
OSTASIO. Coi fanti di Gianciotto Malatesta?
SER TOLDO. Siete ingrato, Messere Ostasio. In due d Gianciotto disfece nelle vie tutte le barre e tutte le serraglia. Tra Sant'Agata e Porta San Mamante macell la masnada degli Anastagi. Tra San Simone e Porta San Vittore le sue balestre grosse sgomberarono tutta la guaita in un baleno. Et egli non si risparmi, ma fece sempre gran prove di sua persona, l, con un targone in braccio et uno stocco; e sempre nella calca
mettea quel suo cavallo pezzato, ferocissimo animale che dava al suo nemico quanto pi travaglio si poteva, in modo che sempre egli s'ebbe almeno almeno dieci uomini sotto i piedi del suo cavallo; e Stefano Sibaldo, che gli era presso, dice che quando lo Sciancato fa fatto d'arme,  bello da vedere, mastro di guerra grande in verit!
OSTASIO. O Ser Toldo, voi certo aveste parte del bottino. Togliete l'arte a quelli che cantano dei dodici baroni di Carlo Magno dalla barba fiorita. Quanto aveste, di grazia?
SER TOLDO. La tarantola di Puglia  una spezie di ragno, la quale fa molto diversi e strani accidenti negli uomini che morde. Or io non sono pi quel gran savio ch'io era! Ma i Malatesti son pur sempre mali sofferitori di onta, e lo Sciancato omai sa come s'entri nella mura di Ravenna... Ora voi potete dare la vostra suora al principe reale di Salerno o al doge di Venezia.
OSTASIO, assorto. Ah, ch'ella vale un regno! Com' bella! Non v' spada che sia diritta quanto lo sguardo de' suoi occhi, s'ella guarda. Ella mi chiese ieri: "A chi mi date voi?" Quand'ella cammina, et i capelli le cadono d'intorno alla cintura e pe' ginocchi forti ( forte se bene pallida) e scrolla un poco il capo, ella d gioia come le insegne al vento quando si fa oste sopra una ricca citt con arnesi forbiti. Par talora ch'ella rechi in sul pugno l'aquila da Polenta come falcon maniero, per gittarla a grande preda. Ella mi chiese ieri: "A chi mi date voi?" Chi la vedr morire?
SER TOLDO. Voi la potete dare bene al re d'Ungheria e meglio al Paleologo...
OSTASIO. Tacete! Ser Toldo, perch oggi non sono paziente.
LA VOCE DI BANNINO. Ostasio! Ostasio!
OSTASIO. Per Dio, ecco Bannino, ecco il bastardo che trae la lingua e soffia. Io lo sapeva.
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Scena 4.
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Appare alla porta del fondo Bannino ansante e scapigliato, come un fuggiasco, con Aspinello Arsendi con Viviano de' Vvii con Bertrando Luro sanguinosi e coperti di polvere.
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BANNINO. Ostasio! I Forlivesi han dato assalto ai carri del sale, sotto Cervia. Hanno rotto la scorta e rovesciato i carri...
OSTASIO, urlando. Io lo sapeva. Ma non t'hanno sgozzato!
ASPINELLO. Gli usciti ghibellini di Bologna con quelli di Faenza e di Forl fanno gualdane per tutte le terre, guastano tutto col ferro e col fuoco.
OSTASIO. Ges Nostro Signore, buone nuove, buone nuove pel tuo Vicario!
VIVIANO. Hanno arso Montevecchio, Valcapra, Pianetto. Hanno arso a Lizio da Valbona Strabatenza, Biserno. Hanno guastato al conte Ugo da Certugnano le terre di Rontana e di Quarmento.
OSTASIO. Dio di misericordia, buone nuove ai tuoi servi, buone nuove!
BERTRANDO. Guido di Montefeltro cavalca contro Calboli con mangani e trabocchi; e avr il castello.
OSTASIO. Ancora! Ancora! Cristo Ges, sempre a te lode!
VIVIANO. C'era Scarpetta degli Ordelaffi con i Forlivesi.
BANNINO. Hanno rotta la scorta e rovesciato i carri e tolto i buoi e i cavalli, e hanno ucciso Malvicino da Lozza e molti fanti, e fatto prigioniero Pagano Coffa; e gli altri in iscompiglio hanno cercato scampo verso il mare...
OSTASIO. E tu verso le terre, a briglia abbandonata. Io lo sapeva, Io lo sapeva bene. Dove hai tu la tua spada? Hai gittato pur anco il bacinetto. E si salvi chi puo! Tale  il tuo grido.
BANNINO. La mia spada io l'ho tronca a furia di ferire belli colpi. Erano da trecento a quattrocento in gualdana. Aspinello, Bertrando, dite voi, Viviano, di' tu se ho travagliato bene. Io ne aveva addosso pi di venti che mi voleano prendere; e mi sono fatta la via dentro la carne e l'ossa con la mia mano. Dite voi!
OSTASIO. Tu vedi che non sanno rispondere, occupati com'essi sono a ristagnare il sangue e a togliersi la polvere dal viso. Ma tu sei mondo, tu: panciera e maniche pulite. I tuoi nemici erano senza vene. Tu non hai pur uno schizzo sul tuo viso bianco, gran millantatore di parole. I tre uomini di guerra, togliendosi di dosso i pezzi dell'arnese e asciugandosi, s'allontanano.
BANNINO. Ostasio! Ostasio! Bada!
OSTASIO. Io lo sapeva bene, et ho pur riso quando il mio padre t'ha scelto per andare di scorta ai carri. Ho detto: "Che il Vescovo di Cervia
lo guardi col suo rocco! I Ravignani per questa volta non avranno sale." Ho io fallato? Va, Bannino, va a tagliuzzare polmoni di lepri per gli sparvieri.
BANNINO. Ma taci tu che, mentre io sono allo sbaraglio, vai facendo le trame col notaro.
OSTASIO. O conduttore di bagasce, sappi che se non t'hanno giunto i Forlivesi perch troppo eri lesto, ben io ti giunger.
BANNINO. A tradimento, come hai per uso.
OSTASIO. Io far s che tu per questa volta non ricorra ai mio padre piagnucolando.
SER TOLDO. Pace! Pace!
BANNINO. Io gli dir quello che io so, alfine.
OSTASIO. Che sai?
BANNINO. Tu ben m'intendi.
SER TOLDO. Pace! Pace! Siete fratelli.
OSTASIO. Egli  d'un altro nido.
SER TOLDO. Messere Ostasio, egli  un fanciullo.
OSTASIO. Parla dunque, se almeno con la lingua sai ferire un uomo.
BANNINO. Tu m'intendi. Io serbo il mio dire.
OSTASIO. No, versa il tuo fiele, ch n'hai gi tinto il viso, o ch'io ti strizzer come si strizza un panno molle.
BANNINO. Ostasio, non tanto io so versare il fiele quanto tu il vino puro con mano che non trema.
OSTASIO. Qual vino?
BANNINO. Il vino puro, il vino puro.
OSTASIO. O bastardo, odimi.
BANNINO. Il nostro buon padre un giorno s'inferm. Quante carezze tu gli facesti, o tenero figliuolo! M'intendi ora? m'intendi? Io so tal cosa che anche tu sai. Iddio ti secchi la destra mano!
OSTASIO. Ah menzogna di femmina! Bastardo, oggi  il tuo giorno: non t' valso fuggite dal nemico. Egli trae lo stocco e s'avventa contro Bannino che con un balzo evita il colpo. Egli fa l'atto d'incalzarlo. Ser Toldo cerca di trattenerlo.
SER TOLDO. Messere Ostasio, che volete fare? Lasciatelo! Lasciatelo! Ei pur v' fratello. Che volete fare? La schiava compare su la loggia e guata.
BANNINO, sbigottito. O padre, o padre, aiuto! Francesca, o sorella, aiuto! No! Tu m'assassini. Vile! Vile! No! No! Perdno, Ostasio! No,
non lo dir... Vedendosi la punta alla gola, s'inginocchia. Non fu veleno tuo...
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I tre uomini di guerra sono accorsi senz'arme, discinti.
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Non lo dir... Perdno! Ah! Ostasio gli ferisce la guancia. Quegli sviene.
OSTASIO. Nulla, nulla, oh nulla. Si china a osservare il giacente. Non  nulla. S' svenuto! L'ho punto in pelle in pelle; non in mal luogo, no; non per corruccio. L'ho punto un poco perch s'avvezzi a non temere il ferro, perch meglio s'appresti alla gualdana e non perda la spada e il bacinetto per rivolger le briglie, quando fa oste sopra il Ghibellino.
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I tre uomini sollevano di peso Bannino svenuto.
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Portatelo a Maestro Gabbadeo che gli stagni la vena col sale delle saline di Cervia. Guarda portar via il ferito. Chiude la grande porta che rimbomba. Di su la loggia tacitamente la schiava scompare. Ser Toldo andiamo.
SER TOLDO. E che dir tornando Messer Guido?
OSTASIO. Mio padre troppo careggia questo bastardino. Guarda il suolo, accigliato. Egli  d'un altro nido e fu covato non dall'aquila, no, ma da una gazza. Udiste quello ch'egli balbettava? Balbettava d'un vino... Torvo, s'arresta per un istante. Fu un famiglio sobillato da un degli Anastagi. Cristo guardi mio padre e la mia casa dai traditori!
SER TOLDO. E Madonna Francesca dunque?
OSTASIO. S, la daremo allo Sciancato.
SER TOLDO. Alla ventura di Dio!
OSTASIO. Le vendette da trarre sono grandi, e qualche lagrima nel mondo scorrer, se Dio ci aiuti, amara pi che tutto il sale delle saline di Cervia. Or su, venite meco, Ser Toldo. Paolo Malatesta attende.
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Exeunt ambo.
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Scena 5.
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La schiava ricompare portando una secchia e una spugna. Silenziosa discende la scala, a piedi scalzi. Mira le macchie di sangue sul pavimento e si mette a ginocchi per lavarle. S'ode venire dalle stanze alte il canto delle donne, mentre la schiava  alla bisogna. 
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Scena 6.
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IL CORO DELLE DONNE. Oim che adesso io provo che cosa  troppo amore. Oim. Oim ch'egli  uno ardore che al cor mi coce. Oim. Si vedono uscire dalle stanze e passare perla loggia Francesca e. Samaritana, l'una a fianco dell'altra, l'una all'altra cingendo la cintura col braccio. Il coro delle donne le segue portando conocchie dai pennecchi di color variato; ma s'arresta su la loggia luminosa e sta come in una cantoria mentre le due sorelle discendono per la scala alla soglia del verziere. La schiava, lavate le macchie, volendo celare la disavventura, versa prestamente nell'arca fiorita l'acqua sanguigna della sua secchia.
FRANCESCA, su la scala soffermandosi. Amor le fa cantare! Ella abbandona un poco indietro il capo come per cedere al vento della melodia, leggiera e palpitante.
IL CORO DELLE DONNE. Oim penare atroce ch'al tristo cor si serba. Oim.
FRANCESCA. Son come inebriate dagli odori! Non le odi tu? Con melodia dolente cantan le cose della gioia perfetta. Ella ritrae dalla cintura della sorella il suo braccio, e si discosta alquanto come per disciogliersi, arrestandosi mentre quella discende il gradino.
IL CORO DELLE DONNE. Oim che doglia acerba alla mia vita. Oim.
FRANCESCA. assorta" Come l'acqua corrente che va che va, e l'occhio non s'avvede, cos l'anima mia...
SAMARITANA, con uno sgomento improvviso stringendosi alla sorella. Francesca, dove andrai? Chi mi ti toglie?
FRANCESCA. Ah, tu mi svegli.
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Il canto si posa. Le donne si volgono dall'altra banda, mostrando le spalle, e guardano l'altra corte che si stende di l. Sembrano in atto di spiare. Le acconciature bicorni e le alte conocchie brillano al sole, a quando a quando dalle labbra e dalle vesti sorgendo nell'aria chiara bisbigli e susurri.
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SAMARITANA. O sorella, sorella, odimi: resta ancora con me! Resta con me, dove nascemmo! Non te n'andare! Non m'abbandonare! Ch'io faccia ancora il mio piccolo letto accanto al tuo! Che la notte io ti senta!
FRANCESCA. Egli  venuto!
SAMARITANA. Chi? Chi mi ti toglie?
FRANCESCA.  venuto, sorella.
SAMARITANA.  senza nome e senza volto. Mai non lo vedemmo.
FRANCESCA. Forse io lo vidi.
SAMARITANA. Tu? Quando? Non mi son mai divisa da te, dal tuo respiro. La mia vita non s'ebbe che i tuoi occhi. Dove potesti tu vederlo senza
di me?
FRANCESCA. Dove non puoi tu venire, mia dolce vita, in un luogo profondo e solo dove un gran fuoco arde senz'alimento.
SAMARITANA. Parli per via d'enimmi; e sembra che il tuo volto sia velato. Ah sembra che tu sii gi dipartita e di lontano ti volga! La tua voce  gi per me come in un vento di bufera.
FRANCESCA. Pace, anima cara, piccola colomba! Perch sei tanto sbigottita? Pace, datti pace! Verr in breve anche il tuo giorno, e te n'andrai dal nostro nido; et anche il tuo piccolo letto accanto al mio sar deserto; e mai pi nell'alba il mio sogno t'udr correre scalza alla finestra, mai pi ti vedr bianca a piedi nudi correre verso la finestra, o piccola colomba, e dire non t'udr pi mai: "Francesca,  nata la stella diana e vannosene via le gallinelle."
SAMARITANA. E si vivr, oim, si vivr tuttavia! E il tempo fuggir, fuggir sempre!
FRANCESCA. E pi non mi dirai alla mattina: "Che aveva egli il tuo letto che schiantava come canna?" N io risponder: "Mi voltai per dormire, per prender sonno, e vidi nel sonno mio, nel sonno ch'io dormivo..." Ah, pi non ti dir quel che si vede nel sonno. E si morr,
si morr tuttavia, e il tempo fuggir, fuggir sempre!
SAMARITANA. O Francesca, mi fai dolere il cuore e tutta, guarda, mi fai tremare di spavento.
FRANCESCA. Pace, datti pace.
SAMARITANA. Mi raccontavi il sogno che vedesti ier notte; e, mentre tu parlavi, m' parso udire voci corrucciate e poi un grido, e poi
il colpo d'una porta che si srra; e poi silenzio. Tu non hai seguito il tuo racconto; le donne han cominciata la canzone. E il cuore mio per te se ne travaglia. Il nostro padre a chi ti d?
FRANCESCA. Sorella mia, ti sovviene di quel d d'agosto che rimanemmo sole in su la torre? E vedevamo salire dal mare nuvole di tempesta
col vento caldo che ci dava sete; e tutto il peso del gran cielo ingombro c'era sul capo; e vedevamo tutta la foresta d'intorno, insino al lido di Chiassi, fatta negra come il mare, e gli uccelli fuggire a stormi a stormi innanzi al rombo che s'approssimava. Ti sovviene? Eravamo in su la torre. Et ecco, d'improvviso, tutto fu silenzio. Il vento si tacque. Io udii battere il tuo piccolo cuore, solo; poi battere un martello, ch uno scherano al canto della via, per gire a preda, in fretta ferrava il suo cavallo. La foresta era muta come l'ombra sopra le tombe; Ravenna, cupa come una citt depredata al cadere della notte. Tememmo di morire, sotto il nembo sospeso. Ti sovviene? Ma non fuggimmo, non movemmo plpebra. Attendemmo la folgore. Si volge alla schiava, che sta immobile presso l'arca scoperchiata. O Smaragdi, chi era, in quella canzone di tua gente, colui che ferrava il cavallo fuori alla luna? E la madre gli disse: "Figliuol mio, nella tua corsa, ti prego,
non prendere sorelle con fratelli, non amanti che s'amino d'amore." E le rispose il crudo: "Se tre ne trovo, tre prendo; se trovo due, prendo l'uno; e se trovo uno solo, io lo prendo, nol lascio." Che nome ebbe colui nella tua terra?
LA SCHIAVA. Malvagio nome che nominare non giova quaggi.
FRANCESCA. E dimmi: che farai tu qui, Smaragdi, senza di me? Che mai ti lascer io, partendomi?
LA SCHIAVA. Tre coppe d'amaro mi lascerai: la prima ch'io la beva di buon'ora; la seconda, nel punto di mezzod; la terza, passato vespro.
FRANCESCA. Tre coppe d'amaro io non ti lascer; ch tu verrai meco, Smaragdi, alla citt di Rimino, e sarai meco; e l vorremo avere una finestra verso la marina; et io ti conter tutti i miei sogni perch tu vi discopra le facce della gioia e del dolore; et io ti parler di questa dolce sorella, della piccola colomba; e stare tu potrai alla finestra e guardare le fuste e i brigantini e cantare: "Mia fusta barbaresca, a qual porto entrerai, a quale spiaggia ancorerai? A Cipro voglio entrare, a Limisso ancorare e sbarcar marinai per bacio e cmiti per amore!" Vuoi dunque ch'io ti prenda meco, Smaragdi?
LA SCHIAVA. Per teco venire gran bene mi parrebbe calcar pruni e fiamme trapassare per esser teco. Cielo sei con istelle, mare con onde.
FRANCESCA. Mare con onde! Ma dimmi, che fai tu di quella secchia, Smaragdi?
LA SCHIAVA. Ho dato l'acqua al rosaio.
FRANCESCA. Perch hai fatto questo, fuor dell'ora? perch? Samaritana se ne adonta. Ella sempre porta l'acqua al rosaio, appena la campana tocca il vespro. Che dici tu, Samaritana?
SAMARITANA. Io voglio ben lasciarlo morire come tu te ne vada dalla casa, Francesca.
FRANCESCA. Oh, cos bello! E forse  santo, nato in quest'antica arca che fu il sepolcro forse di qualche martire o di qualche vergine gloriosa. Ella gira intorno all'arca scoperchiata, toccando con le dita le sculture dei quattro lati. Il Redentore ha sotto i piedi il leone e la serpe; Elisabetta visita Maria; l'Annunciatore appare a Nostra Donna; i cervi si dissetano alla fonte.
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Si solleva stendendo le braccia verso il rosaio purpureo.
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E il sangue del martirio rifiorisce in porpora et in fuoco. Guarda, guarda, sorella, quanto ardore! Guarda il rosaio che s'infiamma! Qui noi lo piantammo con le nostre mani, e fu d'ottobre, un giorno di vittoria per l'aquila vermiglia da Polenta. Ti sovviene? Squillavano le trombe,
tra Porta Gaza e la Torre Zancana, allo stendardo nuovo che il nostro padre ci aveva dato a fare con quaranta braccia di drappo cremesino, e grande era l'asta, sovvienti?, e lavorato l'avevamo noi con fregiature d'oro, e vinse! E noi tenemmo questo rosaio per benedetto; lo tenemmo intatto come una roba di verginit; n giammai ne fu colta alcuna rosa, ch tutte, per tre primavere, fiorirono e sfiorirono nell'arca. Ma giammai n'eran fiorite, come in questo maggio, tante, e tante! Son cento, son pi di cento. Guarda! S'io le tocco m'abbrucio. Le vergini di Sant'Apollinare non ardono cos nel loro cielo d'oro. Samaritana, Samaritana, quale dici tu ch'ebbe qui sepoltura dopo che fu martoriata? quale di quelle fu sepolta qui, dimmi, dopo il grande suo martoro? Guarda, guarda:  il miracolo del sangue!
SAMARITANA, sbigottita, traendola a s. Che hai? che hai, sorella? Sembra che tu deliri... Che hai?
BIANCOFIORE, dalla loggia. Madonna Francesca!
ADONELLA. Madonna Francesca!
FRANCESCA. Chi mi vuole?
ADONELLA. Venite sul Correte!
ALDA. Su, su, Madonna Francesca, venite a vedere!
ADONELLA. Correte! Passa il vostro sposo!
BIANCOFIORE. Eccolo che passa per la corte con il vostro fratello, con Messere Ostasio; e v' Ser Toldo Berardengo, il notaro, con loro.
ALDA. Su, su, Madonna Francesca! Correte!  quelli,  quelli!
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La figlia di Guido sale di volo su per la scala. Samaritana fa l'atto di seguirla; ma s'arresta, senza forze, soffocata.
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ADONELLA, mostrando l'uomo a Francesca che si china a guatare. Quelli  colui che deve esser vostro marito.
GARSENDA. Oh avventurata, avventurata! Egli  il pi bello cavalier del mondo, veramente. Vedete com'egli porta la capellatura lunga che gli ricasca fin su le spalle, all'angioina...
ALDA. E come gli sta bene la vita et  ben cinto il sorcotto ch'egli ha coi manicottoli che toccan quasi terra.
ALTICHIARA. E che fibbia sfoggiata e che puntale!
BIANCOFIORE. E grande! E snello! E la camminatura alla reale!
ADONELLA. E come bianchi i denti! Egli ha sorriso un poco, e balenavano. Non avete veduto? Non avete veduto?
GARSENDA. Oh avventurata colei che gli bacer la bocca!
FRANCESCA. Tacete!
ALDA. Se ne va. Passa pel portico. La schiava apre il cancello, lo richiude dietro di s, furtiva; e sparisce pel giardino.
FRANCESCA. Ah tacete, tacete! Si volge, si copre la faccia con ambe le mani; poi si discopre e appare trasfigurata. Discende i primi gradini lentamente, poi con rapidit repentina per gettarsi nelle braccia della sorella che l'attende a pi della scala.
ALTICHIARA. Messere Ostasio torna indietro, solo.
BIANCOFIORE. La schiava, dove va la schiava? Corre pel giardino.
GARSENDA. Smaragdi corre corre. come un bracco da leva. Ride. Dove va ella?
ADONELLA. Cantiamo, cantiamo la canzonetta della bella Isotta: "O dattero fronzuto..." Le donne si dispongono in corona su la loggia.
IL CORO DELLE DONNE. O dattero fronzuto, o gentil mio amore, or che ti par di fare?
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Francesca, stretta nelle braccia della sorella, d'improvviso d in un pianto. Il coro s'interrompe. Le donne favellano sommessamente.
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BIANCOFIORE. Madonna piange.
ADONELLA. Oh, piange!
ALDA. Perch piange?
ALTICHIARA. Perch il cuore le duole d'allegrezza.
GARSENDA. Dentro nel cuore subito la fer. Ah, s'ella  bella, egli  pur bello, il Malatesta!
ADONELLA. Nato  per lei. Nati sotto una stella.
GARSENDA. Lei beata! Lui beato!
ALDA. E che molti anni viva chi li inghirlanda!
BIANCOFIORE. Prima acqua di stagione cresce il formento; primo pianto d'amore cresce il contento.
ADONELLA. Ora ride! Ora ride!
BIANCOFIORE. Vedi che tutte le sue lacrime ridono come la brina!
GARSENDA. Va, scalda il bagno, prepara i pettini... Le donne si spargono per la loggia, con le loro vesti svolazzanti, vispe come uccelli in frasca, mentre le alte rcche dai pennecchi adorni passano e ripassano agitate a guisa di faci nella banda cerulea del cielo. Taluna rientra nelle stanze, poi n'esce novamente. Tal altra si pone in vedetta, E favellano a mezza voce, e i loro passi sono senza romore.
BIANCOFIORE. Quegli oricanni d'argento nuovi abbiam da empire d'acqua di fior d'aranci, d'acqua rosa.
ALDA. E di lenzuola listate di seta quattro cofani grandi abbiam da empire.
ALTICHIARA. E d'origlieri quanti ne lavorammo a maraviglie, che tali mai non ne videro in sogno le Riminesi!
ADONELLA. Ah gran faccende abbiamo!
GARSENDA. E piegare le coltri di bucherame e le coperte trapuntate d'oro.
BIANCOFIORE. E contare le reti e le trecciere e le cinture e gli scheggiali d'oro.
ADONELLA. Ah, gran faccende!
GARSENDA. Io faccio giuro: meglio corredo porta al Malatesta la figlia di Messer Guido, che al doge di Venezia la figlia di Boemondo re di Rascia e Servia.
ADONELLA. E, s'ella va per mare, abbiamo tanto olio di spigo da profumarne il mare.
ALDA. E apprendere vogliamo a quelle Riminesi un poco rozze la maestria degli odori.
BIANCOFIORE E sonare e ballare e cantare...
ALTICHIARA. Veh veh, ch'io non mi scordi ch'ho anco a ripezzar con lo scarlatto la gonnella a Gian Figo. Ei torna a mezza nona.
BIANCOFIORE. Ha ben da seguitare il conto dello scudo di Morgana e di quel beveraggio...
ALDA. Su, su, nozze di maggio! Faremo convito di cento taglieri e di trenta vivande.
BIANCOFIORE. Diamo una voce a Mazarello per un poco di suoni.
ADONELLA. Ah gran faccende abbiamo!
GARSENDA. Su, leste alla bisogna!
ADONELLA. Lasciamo le conocchie per prender le ghirlande. Rientrano nelle stanze con gran susurro come uno sciame nell'alveare. Francesca ha levato il volto lacrimoso illuminando d'un riso repentino le sue lacrime. E, mentre su la loggia le donne facevano quel favellio continuato e piano, ella asciugava con le dita nude il pianto sul suo volto e sul volto della sorella. Ora parla, e le sue prime parole suonano sul concerto delle ultime voci nuziali.
FRANCESCA. O sorella, sorella, non pianger pi. Non piango pi. Non vedi che rido? Ah piango e rido, e non mi basta! E stretto mi pare il cuore per questa potenza, e il pianto una virt gi consumata e il riso un gioco leggiero mi pare; e tutta la mia vita con tutte le sue vene
e con tutti i suoi giorni e tutte le sue cose pi lontane, fin laggi fin laggi nel tempo cieco e muto, fin da quando al petto della madre era sospesa e tu non eri, tutta mi trema in un tremito solo sopra la terra; e per tutte le fonti, che ridono e che piangono, ne' luoghi ch'io non so, mi pare sparso il mio valore; e l'aria io la odo piena di grida terribili e la luce odo come squilli di trombe, e il rumor che si fa
e il tumulto son grandi pi che in giorno di vendetta, sorella, quando il sangue tinge le porte delle nostre case...
SAMARITANA. O Francesca, Francesca, anima mia, chi hai veduto? chi hai tu veduto?
FRANCESCA. No, non ti sbigottire! Che mi guardi negli occhi? Di che male malata sono? Chi, chi ho veduto? La vita se ne va, se ne va come un fiume che fa rapina e non trova il suo mare; e il rombo m'impaura... Ah tu ora, tu ora pigliami, cara sorella, tu ora pigliami, e me con te!
Portami nella stanza e chiudi la finestra, e dammi un poco d'ombra e dammi un sorso d'acqua, e ponimi sul tuo piccolo letto, e con un velo ricoprimi, e fa tacere queste grida, fa tacere queste grida e il tumulto che ho nell'anima mia! Fammi silenzio in me, che riudire io possa
l'ape di maggio battere su l'imposta e il grido della rondine, e alcuna tua paroletta, come ieri, come in quell'ora tanto lontana, allontanata da me con non so che incantamento... E tienimi, sorella, tienimi, e me con te! E aspettiamo la sera con la preghiera e il sonno,
sorella; e l'alba aspettiamo, che nasca la tua stella diana.
GARSENDA, irrompendo su la loggia precipitosamente. Viene! Viene! Madonna Francesca, ecco che viene dalla parte del giardino. L'ho scorto dalla camera dei forzieri, l'ho scorto sotto i cipressi. Smaragdi gli mostra la via.
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Le altre donne sopraggiungono, curiose e giulive; e tutte hanno intorno al capo ghirlanda per allegrezza; e traggono seco inghirlandati tre donzelli sonatori di liuto di violetta e di piffero.
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FRANCESCA, pallida di spavento e agitata, come fuor di s. No, no! Correte, donne, correte, ch'ei non venga! Correte, donne, andategli incontro, ch'ei non venga! Serrate i cancelli, chiudetegli il passo, e ditegli ch'io lo saluto! E tu, tu, Samaritana, aiutami, ch non posso fuggire: mi si piegano i ginocchi e la vista mi manca... Ma correte, donne, correte, ch'ei torni indietro! Andategli incontro, e ditegli ch'io lo saluto!
LE DONNE. Eccolo! Eccolo!  qui presso,  qui presso.
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Sospinta dalla sorella, Francesca fa per salire la scala; ma ecco ch'ella vede da presso, di l dalla chiusura, apparire Paolo Malatesta. Ella rimane immobile ed egli si ferma tra gli arbusti; e stanno l'una di contro all'altro, divisi dal cancello, guardandosi senza parola e senza gesto. La schiava  celata nella fronda. Le donne su la loggia si dispongono in corona e i sonatori su i loro strumenti intonano.
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IL CORO DELLE DONNE. Per la terra di maggio l'arcadore in gualdana va caendo vivanda. A convito selvaggio in contrada lontana uno cor si dimanda...
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Francesca si separa dalla sorella e va lentamente verso l'arca. Coglie una grande rosa vermiglia, poi si rivolge; e, di sopra alla chiusura, la offre a Paolo Malatesta. Samaritana a capo chino se ne va su per la scala piangendo. Le donne inghirlandate seguono il canto. Alla inferriata, in fondo, di tra le sbarre appare Bannino con la guancia fasciata; poi, ritraendosi, batte pi colpi alla porta che fu chiusa da Ostasio. Francesca trasale.
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LA VOCE DI BANNINO. Francesca, apri! Francesca!
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ATTO SECONDO.
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Appare una sala a crociera, nelle case dei Malatesti, con grandi costole da rilievo e pilastri gagliardi; su due de' quali, nel fondo, gira un arco che nel suo vano, per un breve andito chiuso tra due muraglie pertugiate dalle balestriere, mette alla piazza d'una torre rotonda. Due scale laterali di dieci gradini salgono dall'andito al battuto della torre; una terza scala, fra le due scende dal battuto ai sottoposti solai, passando per una botola. Si scorgono, pel vano dell'arco, i merli quadri di parte guelfa muniti di bertesche e di piombatoie. Un mngano poderoso leva la testa della sua stanga e allarga il suo telaio di canapi attorti. Balestre grosse a bolzoni a verrettoni a quadrelli, baliste, arcubaliste e altre artiglierie di corda sono postate in giro con lor martinetti girelle torni arganelli lieve. La cima della torre malatestiana irta di macchine e d'armi campeggia nell'aria torbida, dominando la citt di Rimino donde spuntano soli in lontananza i merli a coda di rondine che coronano la pi alta torre ghibellina. Alla parete destra della sala  una porta; alla sinistra, una stretta finestra imbertescata che guarda l'Adriatico.
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Scena 1.
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Si vede nell'andito il torrigiano occupato ad attizzare le legna sotto una caldaia fumante. Egli ha ordinato contro la muraglia le cerbottane i sifoni le aste delle rocche a fuoco e delle falariche, e accumulato intorno ogni sorta di fuochi lavorati. Su la torre, presso il mngano, un giovine balestriere sta alle vedette.
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IL TORRIGIANO.  ancora sgombro il campo del comune?
IL BALESTRIERE. Pulito come il mio targone.
IL TORRIGIANO. Ancora nessun si mostra!
IL BALESTRIERE. Non si vede l'ombra d'un Gambancerro n d'un Omodeo.
IL TORRIGIANO. Sembran gi tutti morti quelli che hanno da morire.
IL BALESTRIERE. Altro che morti! Se ognun non portasse coretto o corazzina e se gli usci non fossero sprangati, udresti grande martello di cuori per le contrade di Rimino... Oh, passa un asino!
IL TORRIGIANO. Messer Montagna, certo, de' Parcitadi o Messer Ugolino Cignatta.
IL BALESTRIERE. Ognun di loro, Berlingerio, sta col pi nella staffa della balestra e aspetta il segno per venir fuori alle barre e alle serraglia.
IL TORRIGIANO. Che segno? Il Parcitade non ha seco l'astrolago. Egli aspetta il soccorso da Urbino. Ma assai prima che giunga il conte Guido,
pel corpo di San Giuliano martire, noi avremo arsa tutta la citt. Abbiamo tanto da bruciare mezza Romagna. Questa volta si lavora a caldo! Lo Sciancato ha voluto strinare la criniera del suo cavallo con una roccaffuoco: segno che  tempo da salamandre.
IL BALESTRIERE. Gli piace il puzzo di strinato, sembra, pi che il zibetto della sua mogliera. Ah quella Ravignana, altro che fuoco lavorato, altro che solfo e bitume! S'ella sorride, incendia la citt con il contado e tutto il territorio.
IL TORRIGIANO. Rado sorride.  sempre annuvolata di pensieri, e crucciosa. Non ha pace. Io la vedo salire a questa torre quasi ogni giorno. Poco parla. Guarda il mare e, se discopre qualche galera o qualche saetta, la segue con quegli occhi pi neri della pece, sinch non  scomparsa, quasi che attenda un messaggio o si strugga di navigare. Gira di torre in torre, dalla Mastra alla Rubbia, dalla Gemmana alla Tanaglia, come una rondine spersa. E qualche giorno, quand' sul ballatoio, temo che spicchi il volo e piombi gi. Misericordia!
IL BALESTRIERE. Lo Sciancato  buono a cavalcare addosso all'Omodeo, a forzare castella, a guadar fiumi, a rompere steccati, a fare saccomanno in ogni terra, ma non a lavorar la bella vigna che Dio gli diede.
IL TORRIGIANO. Taci! Non parlar forte, che non si sente quando viene. Cammina pi leggera che una lonza, e non si sente camminare. Fa il paio con Messer Malatestino, che te lo vedi innanzi all'improvviso senza sapere donde sia venuto, e ti mette ogni volta il tremacuore, come la fantasima.
IL BALESTRIERE Oggi  giornata da menar le mani. Le donne stanno rinserrate.
IL TORRIGIANO. Quella non  gi donna di paura. Guarda se in piazza  novit.
IL BALESTRIERE, tornato al suo posto. Passano i frati Eremitani di Sant'Agostino, per lo scongiuro. Hanno sentito puzzo di strinato nel vento fresco.
IL TORRIGIANO.  sempre chiusa la porta del Gattolo?
IL BALESTRIERE. Sempre chiusa. I nostri, che vengon da Verucchio, ora saranno con trombe e bandiere al ponte del Maone. Messer Paolo coi fanti  entrato gi per la Postierla da Mare.
IL TORRIGIANO. La mischianza  al suo punto. Da mezzogiorno muovo con la spatola, mescolo et incorporo. Vogliamo manganare su le case
scomunicate bariglioni e botti. Ma che s'aspetta? La congiunzione di Venere con Marte? Questo astrolago, venuto di Baldach, e' non mi pare
un nuovo Balam. Che Dio ci aiuti! Guarda se tu lo scorgi sul campanile di Santa Colomba. Deve dare tre tocchi di campana quand' fatto il pronostico.
IL BALESTRIERE. Si vede una gran barba.
IL TORRIGIANO. Ah impegolargli tutta quella stoppa e manganarlo! Io l'ho in sospetto. Ei fu con Ezelino a Padova, e con altri dannati ghibellini.. Io non so come mai Messer Malatesta ora l'abbia con seco.
IL BALESTRIERE. Guido Bonatto, quello di Forl,  un astrolago vero da battaglia. Lo vidi alla giornata di Valbona, e il pronostico suo non fece fallo.
IL TORRIGIANO. Ma l'ha il Feltrano maledetto. Un fulmine gli spacchi l'occhio e l'astrolabio!
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Scena 2.
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Francesca entra dalla porta destra e s'avanza lungo la parete fino al pilastro che regge l'arco. Porta intorno al viso una banda scura che le passa sotto il mento e si congiunge a una specie di tcco che le copre i capelli lasciando vedere le trecce annodate su la nuca.
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IL BALESTRIERE. S'alza polvere dalla parte di Aguzano.
IL TORRIGIANO. Non sono i cavalieri del conte Guido che vengono di Petramala?
IL BALESTRIERE. No. Che Dio lor sbalzi gli occhi dalle visiere nella polvere!
IL TORRIGIANO. E chi sono?
FRANCESCA. Berlingerio!
IL TORRIGIANO, sobbalzando. Oh, Madonna Francesca!
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Il balestriere ammutolisce e resta attonito a guardarla, poggiato al mngano.
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FRANCESCA.  salito alla Mastra Messer Giovanni?
IL TORRIGIANO. Non ancora, Madonna. L'aspettiamo.
FRANCESCA. E nessun altro?
IL TORRIGIANO. Messer Malatesta vecchio. Egli stesso ha fatto la mischianza nella caldaia; et io son qui da mezzogiorno, che muovo la spatola e mescolo.
FRANCESCA, accostandosi. E nessun altro?
IL TORRIGIANO. Nessun altro, Madonna.
FRANCESCA. E tu che fai?
IL TORRIGIANO. Preparo fuoco greco, rcche rcchette lingue trombe pntole falariche e diverse altre carezze per i Parcitadi; ch s'aspetta di fare fatto d'arme oggi e di dare a quella parte un buono acconto su l'Inferno.
FRANCESCA, guardando con meraviglia la materia che bolle nella caldaia. Il fuoco greco! Chi si salva? Non l'avevo mai veduto.  vero che
non si conosce alla battaglia strazio pi terribile?
IL TORRIGIANO. Questo poi  terribilissimo;  un segreto d'una ricetta che Messer Malatesta ebbe da un vecchio di Pisa, il quale fu co' Cristiani ad assalire Damiata.
FRANCESCA.  vero che arde nel mare, arde nei fiumi, brucia le navi, brucia le torri, soffoca, ammorba, secca repente il sangue dell'uomo, fa
delle carni e dell'ossa una cenere nera, trae dallo strazio dell'uomo urli di belva che impazzano i cavalli e impietrano i pi prodi?  vero che calcina il macigno, consuma il ferro, morde anco armatura di diamante?
IL TORRIGIANO. Morde e divora ogni gena di cose vive e morte; e solo con la sabbia si affoga e con l'aceto si stempera.
FRANCESCA. Ma come siete voi osi di maneggiarlo?
IL TORRIGIANO. Noi n'avemmo licenza da Belzeb che  il prencipe dei Dmoni e viene parteggiando pei Malatesti.
FRANCESCA. E come lo scagliate voi?
IL TORRIGIANO. Co' sifoni e con le cerbottane di lungo getto; o in cime delle picche con pennecchi di stoppa lo saettiamo a forza di balestro. Ecco, Madonna, queste sono buone conocchie; sono le conocchie dei Guelfi, che senza fuso filano la morte.
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Egli toglie dalla fila una roccaffuoco preparata e la mostra a Francesca che afferra l'asta e la squassa.
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FRANCESCA. Accendine una.
IL TORRIGIANO. Non fu dato ancora il segno.
FRANCESCA. Voglio che m'accendi questa.
IL TORRIGIANO. Poi chi la spegner?
FRANCESCA. Voglio vedere la fiamma che non ho veduta mai. Accendi!  vero che arde di colori meravigliosi, come nessun'altra creatura fugace,
e d'una mescolanza di colori che l'occhio non sostiene, d'una diversit indicibile, d'una moltitudine fervida e sublime che sola vive nei pianeti erranti, nelle ampolle dei maghi, e nei vulcani pieni di metalli o nei sogni dell'uomo cieco?  vero?
IL TORRIGIANO. Certo che s, Madonna,  bello da vedere e assai gioioso nella notte volar queste conocchie accese sopra un campo fitto di razzamaglia imperiale; e il sa bene Messer Giovanni, il vostro marito, che sovente se ne gode.
FRANCESCA. Accendi, dunque, torrigiano! Voglio vedere.
IL TORRIGIANO. Ma non  notte e non  ancora dato il segno.
FRANCESCA. Accendi! Voglio. Per vederla io la caccer nel buio, l, nella cateratta della scala che  oscura.
IL TORRIGIANO. Or volete dunque voi ardere Torre Mastra con tutti i balestrieri a far contento il Parcitade?
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Francesca tuffa nella caldaia il pennecchio della roccaffuoco, poi rapidamente l'accende ai tizzi.
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FRANCESCA. Et io l'accendo!
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La vampa violenta e versicolore crepita in cima della picca ch'ella tiene in pugno come una fiaccola, senza paura.
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Oh bella fiamma! Vince il giorno. Ah com' viva! Come vibra forte! Ne vibra tutta l'asta, e la mia mano, e il mio braccio, e il mio cuore. La sento pi vicina che s'io l'avessi nella palma. Vuoi tu divorarmi, bella fiamma? Vuoi farmi tua? Sento ch'io divento folle di te.
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La sua voce squilla come un canto. Il torrigiano e il balestriere guatano attoniti alla fiamma e alla donna come a un'opera di maga.
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Ma come rugge! Rugge chiedendo preda, chiedendo di volare. Io la voglio scagliare nelle nuvole. Caricate il balestro! Il sole  morto, e questa  la figlia ch'egli ebbe dalla morte. Io la voglio scagliare nelle nuvole. Che s'aspetta? Non sono folle, no, povero torrigiano che mi guardi sbigottito. Ella ride. Ma questa fiamma  tanto bella che me ne sento inebriata come s'io fossi in lei et ella fosse in me. Sai tu, sai tu quanto sia bella? Tu non lo sai. Il fumo acerbo t'ha guasti gli occhi. E se splende cos di giorno, come splender di notte?
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Ella si avvicina alla botola in cui scende la scala della torre, e abbassa nel vano dell'ombra la rcca ardente.
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Meraviglia! Meraviglia!
IL TORRIGIANO. Madonna, Dio ne liberi, arderete la torre. In grazia, vi prego!
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Egli si affanna a riparare dal pericolo delle scintille i fuochi lavorati che sono accumulati intorno.
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FRANCESCA, intenta allo splendore. Meraviglia! Allegrezza degli occhi! Desiderio di splendere e di struggere! Nel cuore silenzioso di quale alto monte stettero queste gemme congelate, che la fiamma terribile discioglie e rinnovella in spiriti di ardore? Vita tremenda e rapida! Bellezza mortale! Vola per la notte senza stelle; nel campo cade, investe l'uomo armato, gli inviluppa l'armatura sonora, gli s'insinua tra piastra e piastra, gli si caccia dovunque  vena, l'ossa gli fende, gli ricerca le midolle, lo contorce, lo soffoca, lo acceca; ma, prima ch'egli sia cieco degli occhi, tutta l'anima sua perdutamente urla nello splendore che l'uccide. Ella ascolta, china verso la botola, vigile.
Qualcuno sale per la scala. Chi  che sale?
IL TORRIGIANO. Per ogni solaio abbiamo cento tra balestrieri et arcieri, nascosti, che hanno comando di non respirare, laggi stipati come il saettame entro i turcassi. Forse han veduta la vampa.
FRANCESCA.  un uomo solo. Gli suona addosso l'arme. Chi  che sale?
IL TORRIGIANO. Levate via quella rcca, Madonna Francesca, che non  certo un nemico; o state a rischio di bruciargli il viso. Forse  Messer Giovanni.
FRANCESCA, china verso la cateratta. Chi sei tu? Chi sei tu?
LA VOCE DI PAOLO. Paolo!
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Francesca s'ammutolisce ritraendo la rcca e indietreggiando, mentre la vampa allungata nel moto subitaneo illumina l'elmetto e il gorzerino di Paolo Malatesta.
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Scena 3.
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Paolo appare dalla cintola in su, nell'apertura della scala, e si volge alla cognata che s' ritratta verso la muraglia tenendo ancora nella mano il ferro della rcca abbassata fin sul solaio cos che quel fuoco le arde ai piedi pericolosamente. Il balestriere torna alla vedetta.
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IL TORRIGIANO. Bene arrivaste, Messer Paolo, bene arrivaste, che stiamo a rischio di morir bruciati vivi noi con tutta la torre! Voi vedete:
Madonna scherza col fuoco greco come con un cagnuolo in guinzaglio.
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Francesca pallidissima, addossata alla muraglia, ride d'un riso tormentoso, lasciando cadere l'asta dal suo pugno.
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 un miracolo che non ci ritroviamo in un inferno aperto. Voi vedete...
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Il torrigiano versa pi manate di sabbia su la fiamma per affogarla. Paolo sale i restanti gradini rapidamente. Com'egli pone il piede su la piazza della torre, il balestriere tende il braccio verso la citt per indicargli i luoghi ov' scoppiata la battaglia.
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IL BALESTRIERE. V' tumulto in contrada San Cataldo. La fazione  incominciata al Ponte Membruto su la Fossa Patara. Si combatte alla Gualchiera, sotto la Torre del Moschetto, lungo la Masdogna.
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Francesca s'allontana, muove qualche passo incerto fra il saettame e gli ordegni che ingombrano l'andito, si volge verso la porta ond' venuta; si sofferma presso il pilastro che la nasconde agli occhi di Paolo.
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IL TORRIGIANO. E noi qui s'aspetta ancora il segno, Messer Paolo. Fra poco  vespro. Che si deve fare?
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Paolo sembra che non oda, dominato da un solo pensiero e da una sola angoscia. Vedendo scomparire Francesca, egli abbandona la torre; discende una delle piccole scale laterali, per raggiungerla.
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PAOLO. Francesca!
FRANCESCA. Date il segno, Paolo, date il segno. Non temete di me, Paolo. Lasciate ch'io rimanga a udir lo scocco delle balestre. Io non respiro chiusa nelle mie stanze, tra le mie donne tremanti, quando si combatte nella citt... Donarmi un bello elmetto voi dovreste, signore mio cognato.
PAOLO. Vel doner.
FRANCESCA. Tornato di Cesena siete?
PAOLO. Tornato di Cesena oggi.
FRANCESCA. Assai lungamente avete dimorato.
PAOLO. Stemmo a oste quaranta d, con Guido di Monforte, per prendere Cesena e le castella.
FRANCESCA. Assai vi travagliaste. Smagrato siete un poco e impallidito anche un poco, mi sembra.
PAOLO. V' una febbre autunnale per quei sterpeti lungo il Savio...
FRANCESCA. Siete infermato? Per ci tremate. E Orabile non vi d medicina?
PAOLO. La febbre si nutrica di s stessa. Medicina non chiedo, erba non cerco per sanarmi, sorella.
FRANCESCA. Un'erba per sanare io m'avea nelle case del mio padre del mio buon padre, Dio l'aiuti, Dio l'aiuti! Un'erba io m'avea, per sanare,
in quel giardino dove entraste un giorno vestito d'una veste che si chiama frode nel dolce mondo; ma sopra le poneste il piede, senza vederla, e non rinvenne; se bene il vostro piede sia leggiero, signore mio cognato. Non rinvenne, fu morta.
PAOLO. Non la vidi, n seppi dov'io fossi n chi mi conducesse in quel cammino, e non parlai e non udii parola, n varcai limitare, n ruppi impedimento, ma sol vidi una rosa che mi si offerse pi viva che il labbro d'una fresca ferita, e un canto giovine udii nell'aria e udii battere colpi furenti su una porta spaventosa e nominato il vostro nome udii con voce d'ira. Sol questo, sol questo. N di l ritornai per volont di ritornare; ch le vie della morte non sono occulte come quella via, o sorella, se Dio ci aiuti.
FRANCESCA. Videro gli occhi miei l'alba, l'alba che porta la stella diana, la nutrice del cielo che ci destava per darci il suo latte quando l'ultimo sogno era venuto al piccolo origliere, la videro i miei occhi sopra di me con l'onta e con l'orrore, come un'acqua impura gittata d'improvviso per oltraggio contro un volto che s'alzi anelando di bevere la luce. Videro questo gli occhi miei; vedranno questo finch la notte non li chiuda, la notte che non ha alba, fratello.
PAOLO. Onta et orrore sopra di me! La luce non mi trov dormente. La pace era fuggita dall'anima di Paolo Malatesta e tornata non , n torner pi mai. La pace e l'anima di Paolo Malatesta son per sempre nemiche, in vita e in morte. E tutto fu nemico intorno a me dall'ora che poneste il piede su la soglia senza scampo e ch'io mi trassi indietro con la scorta. Far violenza fu medicina al mio malore, in quella notte: far violenza. E uccisi allora Tindaro Omodei et arsi le sue case. Diedi alla dura scorta un'altra preda.
FRANCESCA. Perdonato da Dio, perdonato quel sangue vi sar, e tutto il resto, ma non il pianto ch'io non piansi, non l'occhio rimasto arido nella prima luce. Non piansi n so piangere pi, fratello! E il sorso che voi mi deste, al guado della fiumana bella, vi sovviene? col vostro falso cuore pieno di tradimento e di folla, fu l'ultimo, fu l'ultimo che tolsemi la sete; e nessun'acqua di poi la sete mi toglie, signore.
E si vedeano le mura di Rimino, e si vedea la Porta Galeana, et era tramontato il sole ai monti, e i cavalli nitrivano alle mura, e il vostro viso muto appara tra le lance dei feditori. E malvagio voi foste, che non m'abbandonaste alla fiumana perch mi si prendesse e mi volgesse
al mare e fossi io posata dolcemente su la marina di Ravenna e conosciuta da taluno e al mio padre recata, al mio benigno padre che senza iniquit mi diede a chi mi volle, senza iniquit, che Dio l'abbia in custodia e gli conceda sempre pi grande signora!
PAOLO. Francesca, tanto
 crudele la vostra rampogna e
tanto  dolce che il cuore mi si fende
e l'anima mia trista mi si sparge
nel suon di vostra voce che  s strano.
L'anima mi si sparge,
ogni conoscimento abbandonato,
e raccoglierla pi mai non vorr.
Come debbo io morire?
FRANCESCA.
Come lo schiavo al remo
nella gala che ha nome Disperata,
cos dovete voi morire; e la
memoria di quel sorso
che voi mi deste, al guado
della fiumana bella,
innanzi che giungessimo alle mura
del tradimento e della frode, v'arda
e vi consumi. Mio fratello in Dio,
nell'altissimo Dio
et in Santo Giovanni, meglio t'era
perdere il capo che l'anima tua
macchiare...
S'odono i tocchi della campana di Santa Colomba. Entrambi gli immemori trasalgono.
Ah! dove siamo noi? Chi chiama?
Paolo, quale ora suona?
Che fate?
Il torrigiano e il balestriere, intenti a caricare le balestre e a incoccare le aste dei fuochi lavorati, balzano al suono.
IL TORRIGIANO.
Il segno! Il segno!
 la campana di Santa Colomba!
IL BALESTRIERE.
A fuoco! A fuoco! Viva Malatesta!
Egli accende una falarica e la scaglia verso la citt. Dalla botola sale gridando a furia uno stuolo di balestrieri; occupa la piazza della torre e d mano alle armi e alle macchine.
I BALESTRIERI.
Viva Messer Malatesta e la Parte
Guelfa! Mora Messer Parcitade, e
i Ghibellini!
Dai merli  un grande saettare di fuochi che infiammano l'aria caliginosa. Paolo Malatesta si toglie dal capo l'elmetto e lo d alla cognata.
PAOLO.
Ecco l'elmetto che io vi dono.
FRANCESCA.
Paolo!
Paolo sale di corsa alla torre. La sua testa chiomata soverchia la gente d'arme che travaglia. Francesca, gittato il dono, lo insegue chiamandolo tra lo scocco e il clamore.
PAOLO.
Datemi una balestra!
FRANCESCA.
Paolo! Paolo!
PAOLO.
Una balestra! Un arco!
FRANCESCA.
Paolo! Paolo!
Un balestriere stramazza con la gola forata da un quadrello avverso.
IL TORRIGIANO.
Madonna, ritraetevi, per Dio,
che si comincia a mordere il battuto
qui.
Alcuni balestrieri alzano i vasti pavesi dipinti e fanno impedimento alla donna che vuol raggiungere Paolo.
I BALESTRIERI.
- La Torre Galassa
risponde.
- Viene
per la Masdogna
la gente del Cignatta.
- Viva Messer Malatesta e la Parte
Guelfa! Verucchio! Verucchio!
Francesca tenta di respingere i balestrieri che le impediscono il passo.
IL TORRIGIANO.
Madonna,
per quel Dio che adorate! Messer Paolo,
ponete mente! Madonna Francesca
 allo scoperto. Qui si muore.
Paolo, avendo tolta una balestra, ritto sul murello, saetta a furia, esposto ai colpi avversi, come un forsennato.
FRANCESCA.
Paolo!
Paolo si volge al grido e scorge la donna tra il vampeggiare dei fuochi. Toglie il pavese d'un balestriere e la copre.
PAOLO.
Ah, Francesca, scendete! Che demenza
 questa?
Egli la spinge verso l'andito coprendola. Ella disotto al pavese dipinto, guata la faccia del cognato furente e bella.
FRANCESCA.
Voi demente! Voi demente!
PAOLO.
E non debbo io morire?
Egli la riconduce di l dall'arco, getta il pavese e tiene la balestra.
FRANCESCA.
Non  l'ora,
non  venuta l'ora.
I BALESTRIERI.
- Malatesta!
Malatesta!
- La gente del Cignatta
si fa sotto alla Rubbia.
- Da questa banda!
Da questa banda!
Scendono per la scala laterale sinistra e postano le balestre ai pertugi della muraglia. Le campane suonano a stormo. S'odono squilli di trombe lontane.
- Verucchio! Mora il Parcitade! Mora
il Ghibellino!
- Viva Malatesta!
Viva la Parte Guelfa!
PAOLO.
S, questa  l'ora, se voi mi guardate
spirare, se mi sollevate il capo
da terra con le vostre mani. Che
altro potrei da voi avere? Non
come lo schiavo al remo
voglio io morire.
FRANCESCA.
Paolo,
fate cuore di ferro alla ventura,
e state muto come
quel giorno fra la dura scorta, state
muto come quel giorno fra le lance
dei feditori. Ch'io per voi non macchi
l'anima mia!
PAOLO.
Giocar con la ventura
voglio il mio falso cuore
pieno di tradimento e di folla.
Con un gesto impetuoso egli trae la donna verso la finestra imbertescata e le porge la funicella che pende dalla cateratta.
Alzate la bertesca.
 opra da fanciulli,
opra da mano innocente.
Paolo raccoglie un fascio di dardi e lo getta ai piedi di Francesca. Poi carica la balestra.
FRANCESCA.
Ah selvaggio,
selvaggio! E credi tu
che la mia mano tremi? credi tu
di tentare cos l'anima mia?
A qualunque mortale gioco io sono
pronta; e non perder,
poi che tutto  perduto.
Tu sei davvero
in confine tremendo. Iddio t'aiuti.
Ti faccio il varco. Guarda!
Diritto mira
e cogli il segno, se non vuoi ch'io rida.
Ella solleva con la fune la bertesca, e per il varco appare il gran mare splendente dell'ultima luce.
Il mare! Il mare!
Paolo pone la balestra a mira e scocca.
PAOLO.
Buon colpo! Gli ho passato
camaglio e gola.
Quello va mio foriere
ai regni bui.
Francesca abbassa la bertesca; e s'odono le quadrella di risposta percuotere la cateratta. Paolo ricarica l'arme.
I BALESTRIERI, su la torre.
- Vittoria!
Vittoria! Mora mora il Parcitade!
Viva Messer Malatesta e la Parte
Guelfa!
- Vittoria! Il Ghibellino  rotto
al ponte della Fossa
Patara.
- La Gualchiera  tutta sgombra.
- Ecco Messer Giovanni di galoppo
con le lance, alla porta
del Gattolo. Cignatta si scompiglia.
- Attenti a non ferire
i nostri nella zuffa.
- Vittoria a Malatesta!
FRANCESCA, in grande concitazione d'animo.
Ho visto il mare,
il mare eterno,
la testimonianza del Signore;
e sul mare una vela
che il Signore conduce insalvamento.
Paolo, fratello in Dio,
io faccio un voto,
se ci aiuti il Signore
misericorde.
PAOLO.
Alzate la bertesca.
FRANCESCA.
N pi l'abbasser. Questo cimento
 il giudizio di Dio per la saetta.
L'uomo  menzogna e Dio  verit.
Fratello in Dio, la macchia della frode
che hai su l'anima tua,
perdonata ti sia con grande amore,
e il giudizio divino
prova ne faccia
per la saetta
che non ti colga;
o ti sia meglio
perdere il capo,
e a me con te.
Tenendo nelle mani tesa la fune, ella s'inginocchia e fa preghiera, con le pupille sbarrate e fisse al capo inerme di Paolo. La bertesca alzata lascia vedere il mare splendente. Il saettatore carica l'arme e scocca, senza tregua. Di tratto in tratto le verrette ghibelline entrano per la finestra e battono nel muro di contro o cadono sul pavimento senza ferire. La crudelt dell'ambascia sconvolge il viso della pregante. Le sillabe muovono appena le sue labbra trascolorate.
Padre nostro
che sei nei cieli,
santificato sia
il nome tuo,
avvenga il regno tuo,
tua volont si faccia
in cielo come in terra.
Padre, d oggi a noi
il pane nostro
cotidiano.
Paolo, avendo scagliato alcuni dardi, prende la mira con pi acuta volont come per far colpo maestro; e scocca. S'ode il clamore ostile.
PAOLO, con atroce gioia.
Ah, Ugolino, in mal luogo t'ho colto!
FRANCESCA.
E a noi perdona i nostri
peccati come noi
perdoniamo ad altrui;
e non c'indurre
nella tentazione
ma guardaci dal male.
E cosi sia.
Grande intanto su la torre  la gazzarra dei balestrieri. Taluni trasportano a braccia gi per la botola gli uccisi e i feriti.
I BALESTRIERI.
- Vittoria a Malatesta!
- Mora mora
Il Parcitade, e i Ghibellini!
- Viva!
Le genti di Montagna
tornano in fuga
per la porta di San Cataldo.
- Il fuoco
prende!  caduto il bariglione sopra
le case d'Accarisio. Il fuoco prende!
- Vittoria! Malatesta! Malatesta!
- Ah! Messer Ugolino
Cignatta  stramazzato da cavallo.
 morto!  morto!
-  stato un verrettone che l'ha preso
entro la bocca. Chi l'ha ucciso? Bartolo
Gambitta?
- Chi l'ha ucciso? Della nostra
compagnia. Grande colpo!
- Cento lire
di Ravenna si merita, millanta
agontani.
- Vittoria!
Un dardo rasenta il capo di Paolo Malatesta, passandogli attraverso la chioma. Francesca getta un grido, abbandonando la fune; e balza in piedi, prende fra le mani il capo del cognato credendolo trafitto, gli cerca tra i capelli la ferita. Pi la sbigottisce il pallore mortale che si sparge sul volto di lui in quell'atto. La balestra cade a terra.
FRANCESCA.
Paolo! Paolo!
Ella si guarda le mani per vedere se il sangue le tinga. Sono bianche. Di nuovo cerca, con grande affanno.
Che mai  questo, o Dio?
Paolo! Paolo! Non sanguini, non hai
stilla di sangue sul tuo capo, e sembra
che tu ti muoia! Paolo!
PAOLO, soffocatamente.
Ah non mi muoio,
Francesca. Ferro
non m'ha toccato.
FRANCESCA.
Salvo, salvo e puro!
Mondato fosti della frode. A Dio
rendi grazie! Fratello,
ingincchiati.
PAOLO.
ma le vostre mani
toccato m'hanno, e l'animaa disfatta
m' dentro il cuore, e il gelo
tutte le vene mi prende, e pi forza
io non ho d'esser vivo,
ma di questa mia vita
che m'avanza,
FRANCESCA.
Pel tuo capo, ingincchiati!
PAOLO.
ah, paura indicibile mi tiene
e dispregio pi grande che paura,
FRANCESCA.
Ingincchiati!
PAOLO.
dopo che ho vissuto
di s veloce forza,
combattendo in disparte, su la cima
della vostra preghiera
e nella solitudine affocata
dei vostri occhi,
FRANCESCA.
Ingincchiati! Ingincchiati
e rendi grazie a Dio!
Ancra ancra non volerti perdere!
PAOLO.
combattendo in disparte
e uomini uccidendo,
FRANCESCA.
Perdonato
ti fu. Mondato fosti E tu ti perdi!
PAOLO.
tutto raccolto intorno
al mio cuor furibondo il mio coraggio
e tutta dentro chiusa
la potenza del mio malvagio amore.
FRANCESCA.
Perduto! Sei perduto!
Di' che sei folle! Pel tuo capo, di'
che sei folle e che l'anima tua misera
non ud la parola della tua
bocca. Per la saetta
che non ti colse,
per la morte che ti segn col dito
e non ti prese, di'
che mai pi, che mai pi quella parola
t'uscir dalla bocca...
I BALESTRIERI.
Viva Messer Giovanni Malatesta!
Scena IV. Lo Sciancato  apparso, per la botola, su la scala della Torre Mastra, tutto in arme, con una verga sardesca nella mano. Egli sale i gradini zoppicando e, com' su la cima, leva in alto quel suo terribile spiedo, mentre l'aspra sua voce fende il clamore.
GIANCIOTTO.
Per Dio, gente poltrona,
razzaccia sgherra,
io son capace
di manganarvi tutti gi nell'usa
come carogne.
FRANCESCA.
Il tuo fratello!
Paolo raccatta la balestra.
GIANCIOTTO.
Pi presti siete
a far gazzarra
che a travagliar le cuoia ghibelline.
Con cotesti balestri senza nervo
che vi par d'adoprare? S'io non era
pronto al soccorso con i miei cavalli,
il Cignatta forzava le due porte,
che Dio stronchi le gomita ai poltroni!
I BALESTRIERI
- Abbiam quasi finito il saettame.
- L'Astrolago tardava a dare il segno.
- Torre Galassa non risponde pi.
- Su la Masdogna abbiamo fatto mucchio.
GIANCIOTTO.
Poco fuoco, per Dio! Non vedo case
grandi bruciare. Mal gittato il fuoco.
I BALESTRIERI,
- Le case d'Accarisio ardono gi.
- E il buon Cignatta, chi l'ha scavalcato?
- Tale di noi gli ha confitta la strozza.
GIANCIOTTO.
Chi era alla finestra imbertescata?
I BALESTRIERI,
- Non aveva colui la taglia addosso?
- Mille agontani a questa compagnia!
GIANCIOTTO.
Chi era alla finestra?
I BALESTRIERI,
- Abbiamo travagliato a corpo vuoto,
- Di fame siamo disfatti e di sete.
- Viva Messer Giovanni lo Scontento!
Paolo raccatta il suo elmetto e, copertosi il capo, va verso la torre, Francesca trapassa verso la porta onde venne, l'apre e si china nel vano a chiamare.
FRANCESCA,
O Smaragdi! Smaragdi!
GIANCIOTTO, ai balestrieri.
Tacete, che la lingua vi si secchi!
Non amo la gazzarra. Chi travaglia
alla muta mi piace. Ors, bisogna
manganare una botte grande; et io
v'insegner la regola diritta;
e a nome del Magnifico mio padre
la manderemo al vecchio Parcitade
per mal commiato.
Berlingerio, dov'
il mio fratello Paolo?
Non era qui salito?
La schiava appare all'uscio; poi, udito un ordine sommesso della sua signora, dispare. Francesca rimane alla soglia.
PAOLO.
Eccomi. Sono qui, Giovanni. Io era
quelli della finestra imbertescata.
E il mutolo ha percosso nella gola
tale che avea la bocca troppo aperta
a farti scherno.
Un mormorio corre tra i balestrieri.
GIANCIOTTO.
Gran merc, fratello!
Si volge alla gente d'arme.
Tal colpo esser dovea
di man d'un Malatesta,
balestratori di millanterie.
La schiava ricompare con un'anguistara e una coppa. Francesca ritorna verso l'andito per mostrarsi. Gianciotto scende verso il fratello.
Paolo, buone novelle
io ti reco.
Egli scorge la sua donna. Subito la sua voce trova un accento pi dolce.
Francesca!
FRANCESCA.
Salute a voi, signore, che recate
la vittoria.
Lo Sciancato le va incontro e l'abbraccia.
GIANCIOTTO.
Mia cara donna, come
vi ritrovate in questo luogo?
Ella repugna all'abbraccio.
FRANCESCA.
Avete
molto sangue su l'arme.
GIANCIOTTO.
V'ho io tinta?
FRANCESCA.
E di polvere coperto
siete.
GIANCIOTTO.
Donna, la polvere m' pane.
FRANCESCA.
E non avete addosso
ferita alcuna?
GIANCIOTTO.
Ferita non sento.
FRANCESCA.
Ma gran sete dovete avere.
GIANCIOTTO.
S,
ho gran sete.
FRANCESCA.
Smaragdi, porta il vino.
La schiava si appressa con l'anguistara e la coppa.
GIANCIOTTO, con attonita gioia.
E come, donna, aveste voi pensiero
della mia sete? Cara donna mia!
Messo avevate questa vostra schiava
ad appostarmi, che vi desse avviso
del mio salire?
Francesca versa il vino e porge la coppa al marito. Paolo  in disparte nell'andito, silenzioso, a vigilare la gente che appresta la botte incendiaria.
FRANCESCA.
Ecco, bevete.  vino
di Scio.
GIANCIOTTO.
Prima bevete, in grazia, un sorso.
FRANCESCA.
Attossicato io non ve l'ho, signore.
GIANCIOTTO.
Oh ridete! Non  gi per sospetto
ma per la grazia di voi, per la grazia
di voi, Francesca,
mia fida moglie.
Tradimento da voi non mi verr.
Il cavallo ancor mai
inciampicato non m'. Donna, un sorso
bevete.
Francesca accosta le labbra alla coppa.
 dolce cosa
rivedere la vostra faccia, dopo
la battaglia, e da voi avere offerta
una coppa di vin possente, e beverla
d'un fiato.
Egli vuota la coppa.
cos. Tutto si rallegra
il cuore. E Paolo?
Perch non gli faceste motto? Ei torna
di Cesena e saluto
non ebbe da voi, donna, il mio germano.
Paolo, vieni Non hai tu sete? Lascia
il fuoco greco per il vino greco.
Poi bruceremo tutti i Parcitadi!
Donna, versategli una piena coppa
e bevetene un sorso anco, per fargli
onore; e salutatelo, il perfetto
saettatore.
FRANCESCA.
Salutato gi
Io l'avea.
GIANCIOTTO.
Quando?
FRANCESCA.
Quando saettava.
PAOLO.
Sai tu, Giovanni,
che salendo alla torre
io l'ho colta nell'atto che provava
con Berlingerio un fuoco lavorato?
GIANCIOTTO.
Dici il vero?
PAOLO.
Giocava
con una rcca accesa, e il torrigiano
facea le grandi strida
per la paura che la torre ardesse.
Et ella ne rideva! Udita io l'ho
rdere, mentre il fuoco le era ai piedi
mansuefatto
come un veltro in guinzaglio.
GIANCIOTTO.
Dice il vero, Francesca?
FRANCESCA.
Io m'ero tediata nelle mie
stanze, fra le mie donne lamentose.
E pi mi piace, in verit, signore,
veder la guerra aperta
che confortare la paura chiusa.
GIANCIOTTO.
Figlia di Guido, bene ti stamp
il tuo padre. E il Signore mi ti faccia
fertile, s che tu mi doni pi
d'un leoncello!
Francesca aggrotta le ciglia.
Paolo, e tu non hai
anco bevuto. Bevi, perch sei
pallido. Versagli una piena coppa,
o mia guerriera, e togli un sorso. Ei trasse
un mirabile dardo.
PAOLO
Sai tu, Giovanni,
chi sollevava la bertesca mentre
io balestrava? Ella! Aveva in mano
la funicella della cateratta,
come i garzoni della gente d'arme;
e saldo era il suo polso e fermo l'occhio.
GIANCIOTTO.
Andiamo andiamo dunque a guerreggiare
per le castella, donna! Io ti far
usbergo d'oro fino, e tu verrai
cavalcando con lancia
e spada, come la contessa Aldruda
di Bertinoro quando fece oste
col Marchesella contro il Cancelliero
di Magonza. Che troppo a lungo voi
mi restate lontana, cara donna.
E gi con quella banda scura sotto
il mento e su la gota, voi sembrate
portar camaglio; e n'avete una fiera
grazia.  vero, Paozzo? E tu non hai
anco bevuto! Bevi, perch sei
pallido. Hai fatto sforzo. E questa notte
non dormiremo noi ne' nostri Ietti.
Versate dunque il vino,
donna, al vostro cognato.
FRANCESCA.
Ecco, lo verso.
GIANCIOTTO.
 quasi notte. Poco ci si vede
qui... Tu potevi fallare...
FRANCESCA.
Bevete,
signore mio cognato, nella coppa
dove ha bevuto il fratel vostro. E buona
ventura Iddio vi dia,
all'uno come all'altro, et anche a me!
Paolo beve, guardando Francesca nelle pupille.
GIANCIOTTO.
Buona ventura! Paolo,
gi te lo dissi e poi non seguitai:
lieta novella ti do. Sono giunti
in ora di vittoria
al Magnifico nostro padre i Messi
fiorentini che te dicono eletto
Capitano del Popolo
e del Comune di Firenze.
PAOLO.
Sono
giunti i Messi!
GIANCIOTTO.
Son giunti. Te ne duole?
PAOLO.
No, partir.
Francesca volge la faccia nell'ombra e muove qualche passo verso la torre. La schiava si trae in disparte e resta immobile.
GIANCIOTTO.
Partire ti bisogna
fra tre d. Tempo avrai
di correre a Ghiaggiolo dalla tua
Orabile che omai ha fatto l'uso
alla sua vedovanza. E te n'andrai
alla citt delle gaie brigate,
ch'ebbe governo dai frati Godenti,
e tutta piena  di mercanti grassi
e di buffoni e d'uomini di corte,
e vi si mette tavola mattina
e sera, e vi si canta e vi si balla;
e ti sollazzerai a tuo talento.
Egli si rannuvola e ridoventa amaro.
Noi resteremo a tendere le trappole
ai lupi et a sgozzar gli agnelli. Ferro
picchieremo con ferro
per ricrear l'orecchio,
verga sardesca e mannaia aretina
con verrettoni a taglio tondo, sera
e mattina, mattina e sera. E infine
aspetteremo che a qualche scalata
un macigno ci fiacchi anco quest'altro
ginocchio. E allora
Giovanni lo Sciancato, Gianni Ciotto,
si far pur legare con le corde
su uno stallone ch'abbia il capogatto
e andr saccomannando nell'Inferno.
Francesca cammina qua e l tortuosamente nell'ombra. Si vede, pel vano dell'arco, il cielo della sera arrossato dagli incendi.
PAOLO.
Giovanni, tu ti sdegni meco?
GIANCIOTTO.
No.
Non hai tu fessa la lingua a colui
che mi faceva scherno? "Dalli, dalli
allo Sciancato
dalla bella mogliera!"
mi gridava Ugolino
cavalcandomi addosso. Avea gran voce.
Giungeva alla bertesca? Io gli era l,
occhi negli occhi, staffa contro staffa,
quando la tua verretta,
entrata per la bocca,
uscita gli  di dietro dalla coppa.
Tu potevi fallare...
Ho sentito le penne della cocca
ventarmi in faccia. Potevi fallare...
PAOLO.
Se fallato non ho, perch ci pensi?
GIANCIOTTO, ponendogli una mano su la spalla.
Gran tentatore di perigli sei.
A Firenze sii cauto. In grave officio
vai. Vista acuta abbi e rapida, ma
prudente mano.
PAOLO.
Poich tu mi consigli,
non ti sembra, fratello, assai pi savio
partito renunciar l'officio? Abbiamo
necessit di tutto il nostro sforzo
in patria. L'anno volge
non lieto per la Parte Guelfa, dopo
la gran disfatta di Giovanni d'Appia
e la ribellione di Sicilia
all'Angioino...
GIANCIOTTO.
Accettare conviene
e non frapporre indugio. Tu sarai
Conservatore della Pace dove
il Magnifico nostro padre fu
Vicario pel Re Carlo, nella grande
citt guelfa che prospera. Cos
oltre il confino di Romagna il nome
dei Malatesti suoni alto e si spanda;
e ciascuno di noi segua la sua
stella che sale. Io vo pel mio cammino,
con la mia spada occhiuta.
Il cavallo ancor mai
inciampicato non m'...
Mentre egli parla, Malatestino ferito viene portato su a braccia per la scala della torre, tra fiaccole accese, in sembiante di cadavere. L'ombra si fa pi folta.
FRANCESCA, dal fondo.
Oh sciagura,
sciagura! Non vedete? Non vedete
Malatestino, l, Malatestino
portato a braccia dagli uomini d'arme,
con le fiaccole? Ucciso l'hanno al padre!
Scena V. Ella accorre verso la compagnia che discende per una delle scale laterali nell'andito passando tra i balestrieri, i quali tralasciano l'opra e fanno ala silenziosi. Gianciotto e Paolo accorrono. Oddo dalle Caminate e Foscolo d'Olnano portano di peso il giovinetto sanguinoso. Quattro arcieri dai lunghi turcassi l'accompagnano con le fiaccole.
FRANCESCA, chinandosi sul giovinetto.
Malatestino! Oh Dio,
egli ha l'occhio crepato,
tutto nero di sangue... Come l'hanno
ucciso? E il padre lo sa? l'ha veduto?
Gianciotto palpa il corpo del giovine fratello e gli ascolta il cuore.
GIANCIOTTO.
Francesca, no, non  morto! Respira
e il cuore ancora gli batte. Vedete?
Rinviene. Il colpo tramortito l'ha
un poco; ma rinviene.
La vita non gli fugge. Ha buoni denti
da ritenerla. Su, fate coraggio!!
Adagiatelo qua, su questo fascio
di corde.
Mentre i portatori lo adagiano, il giovinetto comincia a riaversi
Oddo, che fu?
ODDO.
Un colpo di pietra
mentre forzava la Torre Galassa.
FOSCOLO.
Da solo aveva fatto prigioniero
Montagna Parcitade
e sbito legatolo col cingolo
della spada e portatolo a Messer
Malatesta; e tornava
per prendere la torre...
ODDO.
Con una cervelliera senza buffa
n ventaglia, cos, alla leggiera!
Voi sapete com'egli  ardito...
FOSCOLO,
Et era
furioso perch Messere il padre
non aveva voluto ch'ei tagliasse
la gola al prigioniero,
Francesca versa tra le labbra del giovinetto qualche stilla di vino. Paolo segue con gli occhi avidi tutti i gesti di lei.
GIANCIOTTO, osservando la ferita.
Pietra scagliata a mano, non da fionda.
Via, non  nulla.
Per ispegner costui,
cos scarnito com'egli , ci vogliono
catapulte e trabocchi. Questo  cuore
di piastra, fegato arido. Segnato
 da Dio nella guerra come io sono.
Ora anch'egli sar
per soprannome nominato, come
io sono, dal suo sfregio.
Lo bacia in fronte.
Malatestino!
Il giovinetto si riscuote, riprende gli spiriti.
Bevi, Malatestino!
Quegli prende qualche sorso del vino che Francesca gli pone alle labbra. Poi scrolla il capo; e, al dolore, fa l'atto di alzare verso il sinistro occhio ferito la mano che  ancora chiusa nella manopola. La cognata gli ferma il gesto.
MALATESTINO, come uno che si svegli di sbito, con violenza.
Fuggir, fuggir... Non  sicura
la prigione... Io vi dico ch'ei sapr
fuggire... Padre, datemi licenza
ch'io gli tagli la gola! Io ve l'ho preso.
Lasciatemelo uccidere, mio caro
padre! Io vi dico ch'ei sapr fuggire.
 malvagio costui... Dategli voi
del martello in sul capo, allora! Dategli,
ch'ei giri in tondo tre volte...
FRANCESCA.
Che vedi?
Malatestino, sta, non smaniare!
Malatestino, che vedi?
ODDO.
Ei farnetica
ancora di Montagna.
GIANCIOTTO.
Malatestino, non mi riconosci?
Sei alla Torre Mastra.
Montagna  in buoni artigli. Sta sicuro
che non ci fuggir.
MALATESTINO.
Giovanni, dove
sono? Oh, cognata, e voi?
Egli leva ancora la mano all'occhio percosso.
Che m'ho nell'occhio?
GIANCIOTTO.
Un buon colpo di pietra
t'hanno accoccato.
FRANCESCA.
Senti gran dolore?
Il giovinetto si alza in piedi e scrolla il capo.
MALATESTINO.
Sassate di saccardi ghibellini
non hanno da dolere.
Via, via, che non  tempo
di far fila con panno lino vecchio.
Mettetemi una fascia
e datemi da bere;
e a cavallo, a cavallo!
Francesca si toglie la banda che le chiude il mento e le gote.
GIANCIOTTO.
Ci vedi?
MALATESTINO.
Uno mi basta.
GIANCIOTTO.
Fa la prova
se il sinistro  perduto.
Egli prende dalle mani d'uno degli arcieri una torcia.
Chiudi il destro. Francesca,
chiudeteglielo voi col dito. Egli ha
la manopola.
La donna preme col dito la palpebra del giovinetto. Gianciotto gli pone la torcia dinanzi al viso.
Guarda!
Vedi tu questa torcia?
MALATESTINO.
No.
GIANCIOTTO.
Non vedi un bagliore?
MALATESTINO.
No, no.
Egli prende il polso della donna e l'allontana.
Ma vedo pur con l'uno.
I BALESTRIERI, eccitati dal coraggio del giovinetto.
Viva
Messer Malatestino Malatesta!
MALATESTINO.
A cavallo, a cavallo1
Giovanni,  vinta la giornata; ma
il vecchio Parcitade  ancora vivo
e aspetta l'aiutorio. Ci faremo
noi gabbare? Oddo, Foscolo, lasciato
abbiamo il meglio...
GIANCIOTTO, volgendosi ai balestrieri.
La botte! La botte!
 pronto il tutto?
Egli va verso la torre, a guidare l'operazione del mngano.
ODDO.
Voi cadrete a mezza
via.
FRANCESCA.
Sta, Malatestino,
dalla battaglia! Vieni, che io ti lavi
e ti ristori! Smaragdi, va, corri,
prepara l'acqua, fa le fila; e cerca
di Maestro Almodoro.
MALATESTINO.
No, cognata.
Mettetemi una fascia
e lasciatemi andare. Io torner
per il medico. Ditegli che aspetti.
Ma dolore non sento.
Fasciatemi, vi prego, mia cognata,
con quella banda che vi siete tolta.
FRANCESCA,
Io vi voglio fasciare. Iddio sa che,
ma bene non sar.
Ella gli fascia l'occhio con la banda. Egli scorge Paolo che non abbandona con lo sguardo la donna.
MALATESTINO.
Oh, Paozzo, che fai? Sogni?
FRANCESCA.
Ma bene
non sar.
MALATESTINO.
Sei eletto Capitano
del Popolo a Firenze. Ho visto i Messi
guelfi del Giglio Rosso
ch'eran col padre, quando
gli ho tratto innanzi Montagna legato...
S'ode il grido gutturale con cui gli uomini accompagnano lo sforzo del sollevare la botte incendiaria e del caricare il mngano. Di sopra i merli, la vampa delle arsioni si spande nel cielo e cresce. Le campane suonano a stormo. S'odono squilli di trombe.
Rinchiuso l'ha nella prigione a mare.
Intendi? E fuggir.
A ginocchi ho pregato il padre, che
mel lasciasse finire.
E i Messi sorridevano. E per loro
il padre diniegava,
per apparir magnanimo... La notte
Montagna non la dee passare. Vuoi
tu aiutarmi? Andiamo alla prigione!
Cognata, avete fatto? Non tremate!
FRANCESCA, annodata la fasciatura.
S, s, ma bene non sar. La fronte
ti coce. Hai gi la febbre. Non andare,
Malatestino. Ascoltami! Rimanti
con Dio!
GIANCIOTTO, su la torre.
Scrica! Scrica!
S'ode lo strepito del mngano che scaglia a distanza la botte provvista della miccia accesa.
I BALESTRIERI
Vittoria
a Malatesta!
Viva la Parte Guelfa! Mora mora
il Parcitade con i Ghibellini!
MALATESTINO, volgendosi e accorrendo.
A cavallo! A cavallo!
Oddo, Foscolo e gli arcieri con le torce lo seguono. La sala si abbuia. Il riverbero del fuoco arrossa l'ombra ove Paolo e Francesca sono rimasti soli.
PAOLO.
Addio, Francesca.
Come egli si appressa alla donna, ella balza indietro con terrore.
GIANCIOTTO, dalla torre.
Paolo! Paolo!
FRANCESCA.
Fratello, addio. Fratello!
Paolo va verso la torre ov' ricominciato il getto delle rcche e delle falariche. La donna, rimasta sola nell'ombra, si fa il segno della croce cadendo su i ginocchi e prostrandosi fino a terra. In fondo, un chiarore pi violento illumina il cielo.
I BALESTRIERI.
A fuoco! A fuoco! Mora il Parcitade!
A fuoco ! Mora il Ghibellino! Viva
la Parte Guelfa! Viva Malatesta!
Le saette incendiarie partono a volo di tra i merli. Le campane suonano a stormo. Le trombe squillano tra la gazzarra nelle vie della citt arsa e insanguinata.
 ATTO TERZO
Appare una camera adorna, vagamente scompartita da formelle che portano istoriette del romanzo di Tristano, tra uccelli fiori frutti imprese. Ricorre sotto il palco, intorno alle pareti, un fregio a guisa di festone dove sono scritte alcune parole d'una canzonetta amorosa:
Melglio m' dormire gaudendo
C'avere penzieri veghiando.
A destra, nell'angolo,  un letto nascosto da cortine ricchissime; a sinistra, un uscio coverto da una portiera grave; in fondo, una finestra che guarda il Mare Adriatico, e un vaso di basilico  sul davanzale. Dalla parte dell'uscio , sollevato da terra due braccia, un coretto per i musici con compartimenti ornati di gentili trafori. Presso la finestra  un leggo con suvvi aperto il libro della Historia di Lancillotto dal Lago, composto di grandi membrane alluminate che costringe la legatura forte di due assicelle vestite di velluto vermiglio. Accanto v' un tettuccio, una sorta di ciscranna senza spalliera e bracciuoli, con molti cuscini di sciamito, posto quasi a paro del davanzale, onde chi vi s'adagi scopre tutta la marina di Rimino. Un organo portabile, di piccola mole, con cassa canne tasti manticetti e registri finamente lavorati, riposa in un angolo; e un liuto, e una viola, con esso. Su un deschetto  uno specchio d'argento a mano, tra oricanni coppette borse cinture e altri arredi. Grandi candelieri di ferro sbalzano presso il letto e sotto il coretto. Scannelli e predelle sono sparsi all'intorno; e dal mezzo del pavimento sporge il maniglio di una cateratta, per la quale di questa camera si pu scendere in un'altra.
Scena I. Si vede Francesca dinanzi al libro, in atto di leggere. Le donne sedute su le predelle in tondo trapungono gli orli di un sopralletto, ascoltando l'istoria; e ciascuna porta appeso alla cintura un alberello di vetro pieno di perle minute e di stricche d'oro. Il sole del nascente marzo batte su lo zendado chermisino e ne trae un bagliore diffuso che accende i volti chinati all'opra dell'ago. La schiava  presso al davanzale ed esplora attentamente il cielo.
FRANCESCA, leggendo.
E Galeotto allor la priega e dice:
"Dama, abbiate, per Dio, di lui piet!
Fate cos per me come io farei
per voi, se mi pregaste." "Che piet
volete voi ch'io n'abbia?" "Dama, voi
sapete ch'egli v'ama sopra tutte
e fatto ha per voi pi che cavaliere
facesse mai per dama." "Certamente
egli ha fatto per me pi di quel ch'io
potessi mai rimeritarlo, e non
mi potrebbe richieder cosa ch'io
glie ne potessi negare; ma egli
non mi richiede di niente, anzi ha
tanta malinconia, che  maraviglia."
E Galeotto dice: "Dama, abbiatene
piet." "Ne avr" dice ella "tal piet,
come vorrete; ma non mi richiede
di niente..."
Le donne ridono. Francesca si getta su i cuscini di sciamito, torbida e molle.
GARSENDA.
Madonna,
come mai era tanto vergognoso
il cavaliere Lancillotto?
ALDA.
Mentre
la povera reina si struggeva
di dargli quello ch'ei non domandava!
BIANCOFIORE.
Dirgli doveva: " O cavalier valente,
vostra malinconia non val niente."
ALTICHIARA.
Le piaceva di ridere, a Ginevra,
e di trarre bel tempo; e nulla pi
pregiava al mondo ella, che un ricco letto.
ADONELLA.
E Galeotto, per essere un alto
prencipe, conosceva ben quell'arte
che si chiama...
FRANCESCA.
Adonella, taci! Stanca
sono di trastullarmi con le vostre
ciance. Smaragdi, lo sparviero torna?
SMARAGDI.
Dama, non torna: s' sviato.
FRANCESCA.
S'ode
il suo sonaglio d'oro?
SMARAGDI.
Non s'ode. Ho buona vista e nulla scopro.
Troppo in alto  volato.
Francesca si sporge dalla finestra e spia.
ALDA.
Si perder, Madonna.
Male faceste a togliergli la lunga.
Era un poco isdegnoso.
GARSENDA.
Era di quelli
detti da Ventimillia, di grande animo:
avea tredici penne nella coda.
ALTICHIARA.
Dimorano in un'isola
quelli; e volato ei sar per tornarsene
alla contrada inframare.
BIANCOFIORE
Era usato
alle gru. Molto bene le pigliava.
E Simonetto vi si raccomanda
per avere una gru, per far due pifferi,
Madonna, di ossa delle gambe, ch
ei dice che riescono di tutta
soavit.
GARSENDA.
Non torna,
non torna. Aveva troppa superbia, ah,
da quanto quelli che ve lo don,
dico Messer Malatestino, ch'ei
non m'oda! Ungergli il becco bisognava
di notte tempo
con grasso di bellico di cavallo
perch'egli divenisse
tanto di voi amatore. Madonna,
da non volersi partir della mano.
Le compagne scoppiano a ridere.
ADONELLA.
Ecco la saputissima dottora!
ALTICHIARA.
Con grasso di bellico di cavallo,
notte tempo!
GARSENDA.
Sicuro.
Ho letto il libro fatto dal re Danchi
primo maestro di falconeria,
che porta tutte le regole...
FRANCESCA.
Va,
corr, Adonella,
dallo strozziere e digli l'avvenuto,
e che vada col lgoro e lo chiami
e lo cerchi per tutto. Si sar
forse posato in qualche torre. Digli
che lo cerchi per tutto.
Adonella lascia l'ago e s'invola.
ALTICHIARA.
S' sviato
dietro le prime rondini, Madonna.
ALDA.
Il sangue delle rondini
ora piove sul mare.
BIANCOFIORE, come intonando una canzone a ballo.
"Nova in calen di marzo
o rondine, che vieni
dai reami sereni d'oltremare..."
FRANCESCA.
Oh, s, s, Biancofiore,
la musica, la musica!
Fatemi un canto basso,
nella voce minore!
Lasciate l'ago e andate
per suoni.
Le donne si levano leste a ripiegare lo zendado.
Cerca
di Simonetto, Biancofiore.
BIANCOFIORE
S,
Madonna.
FRANCESCA.
E tu, Alda, chiama Biordo
e Signorello e il Rosso,
che vengano portando gli strumenti
e le intavolature
per far musica in camera.
ALDA.
Madonna,
s.
FRANCESCA.
Altichiara, e se tu vedi il medico,
tu mndamelo.
ALTICHIARA.
S, Madonna.
FRANCESCA.
E tu,
Garsenda, se t'imbatti
nel mercatante fiorentino, fammelo
pure entrare.
GARSENDA.
Madonna, s. Lo cerco.
FRANCESCA.
E voglio una ghirlanda
di violette.
Oggi  calen di marzo.
BIANCOFIORE.
Voi l'averete, Madonna, e leggiadra.
FRANCESCA.
Andatevi con Dio.
Exeunt omnes.
Scena II. Francesca si volge alla schiava che spia ancora il cielo per la finestra.
FRANCESCA.
O Smaragdi, non torna?
LA SCHIAVA.
Dama, non torna.
Ma lo strozziere lo richiamer.
Non ti rammaricare.
FRANCESCA.
Mi rammarico s. Malatestino
certo si cruccer per avere io
mal custodito il dono suo. Donato
sovrano di tutti gli sparvieri
ei m'ha, dice. E perduto io l'ho!
LA SCHIAVA
Selvaggio
e di niuna bont, se cos
ei si svia dalla faccia
dell'uomo.
Francesca si tace per alcuni istanti.
FRANCESCA.
Io n'ho paura.
LA SCHIAVA.
Di chi paura hai tu, dama?
FRANCESCA.
Paura
ho di Malatestino.
LA SCHIAVA.
Ti spaventa
forse quell'occhio suo cieco?
FRANCESCA.
No, l'altro,
quello che vede.  terribile.
LA SCHIAVA.
Fa,
dama, che non ti guardi.
FRANCESCA.
Ah, Smaragdi, che vino mi recasti
quella sera, alla Torre Mastra, quando
la citt era ad arme? Affatturato?
LA SCHIAVA.
Dama, che dici?
FRANCESCA.
Come
se tu recato avessi un beveraggio
perfido, il mal s'apprese
alle vene di quelli che ne bevvero,
e la mia sorte si rincrudel.
LA SCHIAVA.
Quale malinconia
t'occupa? Se non torna lo sparviero
ben  tornato a te,
dama, quel sole che l'anima tua
ama.
FRANCESCA, impallidendo, con un furore contenuto.
Te sciagurata!
Come osi tu parlare? Tradimento
anche tu dunque mi fai? Maledetta
sia quell'ora che tu lo conducesti
verso me, ad inganno!
Non fosti tu che facesti la via
alla mia morte? Tre coppe d'amaro
non io te le lasciai;
ma tu me le ponesti innanzi, e tu
me le ricolmi ogni d, senza piangere.
La schiava si lascia cadere a terra di stianto.
LA SCHIAVA,
Calpstami! Calpstami! Tra due
pietre schiacciami il capo.
FRANCESCA, come placata.
Su, lvati! Non hai colpa, mia povera
Smaragdi, non hai colpa.
Di sbito partisti come un spirito
del mio cuore all'incontro della gioia!
Anche su gli occhi tuoi era la benda.
E bendata era dalla stessa sorte
l'iniquit del mio padre. Eravamo
tutti senza potere e dispietati
e miseri et ignari,
su la riva d'un fiume,
incolpevoli tutti,
su la riva d'un fiume rapinoso.
Io lo varcai, da sola,
e di voi non mi calse;
lo trapassai, mi ritrovai di l.
E ci siamo disgiunti,
oim, disgiunti n poi ricongiunti.
Ora io vi dico:
Non posso. E voi mi dite:
Rivarca, torna.
Io vi dico: Non so.
Ella d alle ultime parole quasi la cadenza d'una cantilena; poi ride d'un riso arido e amaro, quasi tratta fuor di s repentinamente. Ma si sbigottisce al suono stesso del suo riso, mentre la schiava balza in piedi tremante.
Ah ragione mia, reggi
e non dare la volta!
Chi mi possiede? Un dmone mi tiene.
Il Nemico m'ha riso
nel cuore. L'hai udito?
Non so pregare, non so pi pregare...
LA SCHIAVA, a bassa voce.
Vuoi che lo chiami?
FRANCESCA, trasalendo.
Chi?
Ella si guarda intorno, ansiosa: l'occhio va verso la portiera immobile. L'anelito le vince il petto, e le fa roca la voce.
L'hai tu veduto montare a cavallo,
Messer Giovanni?
LA SCHIAVA.
S, dama, col Vecchio,
con Messer Malatesta vecchio. Vanno
fideiussori a un atto di concordia
col Vescovo. Cavalcano a quest'ora
per Sant'Arcangelo.
FRANCESCA, oscuramente.
Tu vigili, Smaragdi. Tutto vedi,
tutto ascolti, e sai tutto. Cos sia
sempre.
LA SCHIAVA.
Non dubitare, dama. Dormi
sicura. Cos possa io farti allegra
come fa quella pietra del cui nome
fui nominata!
FRANCESCA.
E sai tu dove sia
Malatestino?
LA SCHIAVA.
Il padre l'ha spedito
a Roncofreddo, con trenta cavalli
FRANCESCA.
Io n'ho paura. Guardami da lui.
LA SCHIAVA.
Perch, dama? Quand'era infermo, avesti
di lui cura per giorni e notti, come
sorella...
FRANCESCA.
 nome questo che avvelena
la bocca, qui. Samaritana, dove
sei? dove corre il rivo della tua
freschezza, a cui non si disseter
l'anima mia che  in punto di perire?
Vedo ovunque, nell'ombra intorno a me,
occhi selvaggi che mi guatano, occhi
di fiere pronte a ghermire e a combattere
per togliersi la preda;
e son venati dello stesso sangue,
sono fraterni:
li gener la stessa madre... Quale
trista mala mi fu fatta? Chi pose
questo peccato mortale all'assedio
della mia vita? Dimmi, creatura
della terra, che scavi le radici
dei fiori velenosi, questo male
perverso dond' nato?
Da te conobbi quella
canzone dura:
"Se tre ne trovo, tre prendo!" Ora il dmone
in un fascio li ha presi; tre ne ha presi,
e me con loro.
LA SCHIAVA.
Non chiamare il Nemico!
Perdonato ti sia l'anima e il corpo!
Tu t'inganni, t'inganni.
L'ombra t' specchio, e dntrovi tu vedi
gli occhi tuoi stessi
ardere. Non chiamare
su te la mala ventura! Il Signore
Iddio ti guardi come la tua schiava
ti guarder.
FRANCESCA.
Smaragdi, non v' scampo.
L'ombra m' specchio, tu l'hai detto. Iddio
mi vuol perdere. Giorni
e notti al capezzale dell'infermo
durai, sola, per prender penitenza
dei pensieri che andavano lontano.
Toccavo la ferita
orribile, pregando;
lavavo quell'impurit maligna
con la preghiera. E l'anima aspettava
la salvezza e la grazia, nell'orrore;
quando le si scoperse la ferina
brama che s'era accesa nelle vene
del violento... Intendi? Si chiudeva
l'atroce piaga sotto la sua fronte
e un'altra se n'apriva entro il suo petto
mostruosa. E i pensieri
che andavano lontano, i miei pensieri
disperati, mi parvero corrompersi
pi crudamente, infetti d'un pi nero
tossico; e la mia carne
sul mio dolore come un vestimento
intollerabile:
e bandite dal mondo
le dolci cose della primavera
e del sonno; impietrato
il volto dell'amore
nello spavento; l'odio e il desiderio
smarriti per le tenebre del mondo,
vacillanti nell'opera di morte,
come carnefici
pieni di vino
e di furia, che sieno per uccidersi
fra loro...
LA SCHIAVA, a bassa voce.
Non ti disperare! Ascolta,
ascolta. Io getter
una sorte su chi ti fa paura.
Conosco il beveraggio che allontana
e dismmora. Tu glie l'offrirai
con la sinistra mano
quand'egli scender di sella stanco
e digiuno. Io t'insegner l'incanto...
FRANCESCA.
Se giova, dammelo
ch'io lo beva, ch'io stessa
mi liberi. Ma scampo non v'. Spiegami
il sogno che m'appare
tutte le notti.
LA SCHIAVA.
Dimmelo,
ch'io te lo spieghi, dama.
FRANCESCA.
Vedo ogni notte la caccia selvaggia
che gi vide Nastagio degli Onesti
per la pineta di Ravenna, come
un giorno udii raccontar da Bannino
andando al lido di Chiassi... La vedo
nel sogno come verit. Pel folto
una giovane ignuda, scapigliata
e tutta lacerata dalle frasche
e dai pruni, piangendo
e gridando merc, corre inseguta
da due grandi mastini
che crudelmente la mordono dove
la giungono; ecco, e dietro a lei pel folto
sopra un corsiero nero
un cavalier bruno, forte nel viso
corrucciato, con uno stocco in mano,
lei minacciando
di morte con parole spaventevoli.
E i cani, presa forte
la giovane nei fianchi,
la fermano; e il feroce sopraggiunto
smonta dal suo cavallo
e con lo stocco in mano
corre addosso alla donna
che, inginocchiata e da quei due mastini
tenuta forte, gli grida merc;
et a quella con tutta la sua forza
ei d per mezzo il petto
e la passa dall'altra parte. Et ella
cade boccone, al colpo,
sempre piangendo; e il cavaliere, messo
mano a un coltello,
quella apre per ischiena
e, fuor trattone il cuore
e ogni altra cosa attorno,
ai due cani lo gitta, che famelici
sbito lo divorano. N sta
poi grande spazio che ella,
come se morta gi non fosse stata,
risorge e ricomincia la sua fuga
dolorosa correndo verso il mare;
e i cani appresso di lei lacerandola
sempre, e appresso di lei il cavaliere
rimontato a cavallo
e ripreso il suo stocco,
minacciandola sempre...
Spiegami questo sogno che m'appare,
Smaragdi.
La schiava, in ascolto, sembra compresa di terrore.
Hai tu paura?
Scena III. Entra Garsenda col mercatante che ha seco un fanticello carico d'una balla.
GARSENDA, gaiamente.
Madonna, ecco che viene il mercatante
con le sue robe. Gli date licenza
di entrare?  il fiorentino,
quello arrivato ieri con la scorta
di Messer Paolo.
Francesca, subitamente accesa il volto, scuote da s il pensiero funesto, e sembra cercare con isforzo l'oblio dell'angoscia mortale; ma una specie di stridore penoso accompagna la sua volubilit.
FRANCESCA.
Entri, entri, che vogliamo rinnovare
le vesti al novel tempo.
Entri, entri. Voglio scegliermi una vesta
di ermesino tessuto con le fila
di pi colori, di cento colori,
che ad ogni volta e rivolta di lume
e d'occhio cangi l'aspetto, o Smaragdi,
una vesta gioiosa!
Il mercatante la inchina umilmente.
Buon mercatante, che mi porti tu?
IL MERCATANTE.
Magnifica Madonna, tutto quello
che si conviene alla magnificenza
vostra; zendadi leggieri e broccati
d'alto ricamo, riccio sopra riccio,
ermesini, damaschi,
sciamiti, cambellotti,
grossagrane, stamigne,
pignolati, uccellati,
baracani, frustani,
zetani, cammucc,
rasce, dobletti alla napolitana
e cataluffe alla siciliana,
tab o alto o basso, tab d'oro
e d'argento filato
con onde, panni lucchesini, panni
d'Osta, di Dondiscatte,
di Bruggia, di Torni, di Terramondo
e di Mostavolieri in Normandia,
saie di Como, taffet cangiante,
drappi di seta lavorati ad alberi
a occhietti a scacchi a denticelli a spina,
e velluti d'ogni opera
e d'ogni sorta,
velluti a un pelo a due peli a tre peli...
Garsenda rompe in un riso.
FRANCESCA.
Basta! Basta! Et hai tu trovato fondaco
in Rimino per tante robe?
IL MERCATANTE.
Io sono
Giotto di Bernarduccio Boninsegni,
fattore della Compagnia di Piero
di Niccolaio degli Oricellari,
che ha pi migliaia di pezze nei fondachi
di Calimala e di Calimaruzza,
e manda suoi fattori nel Ponente
sino in Irlanda e nel Levante sino
al Cattaio, Magnifica Madonna.
Garsenda ride. Il mercatante si volge a guardarla.
GARSENDA.
Certo qualche fiorino
tu presti a quel tapino
del Prete Gianni e di Can di Babilona.
Il mercatante scioglie la balla ai piedi della signora che sta sul lettuccio; e le mostra le robe.
IL MERCATANTE.
Andiamo ad Armalecco, a comprar vai
zimbellini ermellini
mrtole lupicervieri, e altre pelli;
e andiamo a comprar lane
pe' monasteri d'Inghilterra, a Chinna
a Biliguassi a Croccostrande a Isticchi
a Diolacresca a Gittebi a Bufeltro
in Comovaglia...
Garsenda ride.
GARSENDA.
Allora tu vedesti
Re Marco in Cornovaglia,
et Isotta la Bionda ti compr
un broccato cilestro, certamente.
O le portasti in camera, nascosto
dentro una balla, il suo Tristano?
IL MERCATANTE,
Dicesi
che in Romagna sia franco l'uccellare;
ma gi di l dal rio passato  il merlo
e la merla ha passato il Po.
GARSENDA.
Saetta
fiorentina e lombarda.
 saetta bastarda.
Non luce e non mi punge,
perch non la conosco.
Francesca sembra intenta a rimirare le robe.
FRANCESCA.
 bello questo
broccato a melagrane d'oro... E come
sei tu venuto, Giotto, alla citt
di Rimino?
IL MERCATANTE.
Magnifica Madonna,
 piena di pericoli la via
dei mercatanti. Giova
approfittarsi d'ogni occasione.
E m' incontrato, per buona ventura,
di poter seguitare in sicurt
la scorta del Magnifico
Messer Paolo. N, certo,
pi mai far s rapido viaggio
con i ronzini della compagnia.
Si cavalca a grandissime giornate
con Messer Paolo, e non si dorme.
Francesca sguita a palpare i drappi placida in sembianti, ma un indomabile riso le arde negli occhi. Garsenda s' messa ginocchioni per vedere le belle robe.
FRANCESCA.
Assai
velocemente cavalcaste?
IL MERCATANTE.
Senza
rispitto, a briglia secca, io vi so dire;
e si passavan le fiumane a guado
senz'aspettare ch'elle si sgonfiassero.
E Messer Paolo tanto s'affrettava
a spron battuti,
che tra lui e la scorta v'era sempre
almanco un miglio. Gran negozio ei debbe
avere qui, mi penso. Domand
al Comune licenza
di tornarsene a casa
dopo due mesi, o poco pi, ch'entrato
era in officio; e, vi so dire, tutta
la citt se ne dolse, perch mai
pi costumato cavaliere fu
Capitano del Popolo in Firenze.
FRANCESCA.
Io prender questo broccato...
IL MERCATANTE.
Bene,
Madonna. E Bernardino della Porta
da Parma, che hanno eletto
in suo luogo, non vale
manco un capello della capelliera
di Messer Paolo.
FRANCESCA.
E questo
sciamito anche.
IL MERCATANTE.
Madonna,
questo zetani messo a poste d'oro...
FRANCESCA.
S, mi piace anche questo. E' par che voi
Fiorentini facciate sempre pasque
su pasque,  vero?, e che non v'intendiate
se non in giuochi e in sollazzi e in conviti
e in balli...
IL MERCATANTE.
Certo, Madonna,  una dolce
e gaia terra
la terra fiorentina.
Fior dell'altre, Fiorenza!
FRANCESCA.
Io prender questo tab d'argento.
E il Capitano era bene veduto
dalle brigate
dei cavalieri e dei donzelli?
IL MERCATANTE.
A gara
era fatto invitare
dalle brigate, come leggiadrissimo
e parlante uomo ch'egli  molto; ma,
per quel che so, pareva solitario
e un pochettino disdegnoso, e rado
si vedeva alle cene. E in carnasciale,
nella contrada di Santa Felicita
oltrarno, per Messer Betto de' Rossi
so che si fece una gran compagnia
di mille uomini o pi, tutti vestiti
di robe bianche, e fu voluto eleggere
Messer Paolo da detta compagnia
Signore dell'Amore
ma non volle egli consentire...
FRANCESCA.
Questo
ermesino cangiante et anche questo
dobletto lionato. Tu dicevi,
Giotto...
Garsenda prende le robe scelte e le mette da parte, facendole prima brillare alla luce.
IL MERCATANTE.
L'ho visto accompagnarsi a volte
con Guido di Messere Cavalcante
dei Cavalcanti, che essere si dice
un de' migliori loici ch'abbia il mondo
et ottimo filosafo
naturale e si dice
che cerchi fra le tombe
se trovare si possa
che Iddio non sia...
FRANCESCA.
Garsenda,
ti vo' donare questo sciamitello
violetto.
GARSENDA.
Oh, Madonna, gran merc!
S ch'io sono contenta.
IL MERCATANTE.
 il violetto dolce,
un de' colori fini d'oricello.
FRANCESCA.
E a te, Smaragdi? Tu dicevi, Giotto...
IL MERCATANTE.
Sovente aveva seco
qualche buon cantatore e specialmente
il musico Casella da Pistoia
maestro d'intonare le canzoni
d'amore...
FRANCESCA.
A te, Smaragdi, questa saia
verdebruna. E donare
voglio una roba nuova ad Altichiara,
a Biancofiore...
IL MERCATANTE.
Questo
 colore novissimo, Madonna,
che si chiama di gzzera marina,
maraviglioso, a grappoletti d'oro,
che me ne prese dieci braccia, l'altra
semmana, Mona Guiglia
degli Adimari... E questo, schizzo d'oca...
Pi di cappone, orecchio d'orso, penna
d'angelo, colombino,
giuggiolino, colori nuovi...
Francesca si leva impetuosamente, come se la sua anima rompa la constrizione e s'espanda.
FRANCESCA.
Lascia,
lascia l, mercatante,
ch'io sceglier con agio.
Si sporge dal davanzale verso il mare raggiante; e guarda, facendosi delle mani schermo ai cigli.
 forte il sole
di marzo,  forte e folle.
Passa una fusta con la vela rossa!
Arrivano gli stormi delle rondini!
GARSENDA, al mercatante.
E quanto tempo ti trattieni a Rimino?
IL MERCATANTE.
Tre d. Poi m'ho da mettere in cammino
per Barletta e di l m'ho da imbarcare
per Cipro.
La schiava si anima, all'udire il nome della patria.
GARSENDA.
Senti, senti,
Smaragdi?
LA SCHIAVA, ansiosa.
Vai a Cipro, mercatante?
IL MERCATANTE.
Ogni anno vado. Abbiamo soci e fondaco
a Famagosta. E l vendiamo ogni anno
per migliaia e migliaia di bisanti.
Sei cipriana?
LA SCHIAVA
Salutami il bel monte di Chionodes
che ha neve in cima e olivo alla radice.
E bevi alla fontana della Chitria
un sorso pel mio cuore.
FRANCESCA, volgendosi.
A Cipro voglio entrare,
a Limisso ancorare,
e sbarcar marinai per bacio e cmiti
per amore!
S'odono ricercate di strumenti e voci gaie, mentre ella va verso il letto con una mollezza abbandonata come per mettersi a giacere.
LA SCHIAVA.
E chi  re? Sire Ughetto?
IL MERCATANTE.
Ughetto  morto giovine. Ora  re
Ugo di Lusignano suo cugino.
E gran delitti
ci sono stati,
e veleni di donne,
e tradimenti di baroni, e peste,
e cavallette,
e terremoti,
et  apparita Venere dimonia!
I suoni s'appressano all'uscio, e le voci, e le risa. Francesca, appressatasi al letto, si volge restando tra i due lembi delle cortine socchiuse.
Scena IV. Irrompono nella stanza le donne, tranne Adonella, seguite dal medico, dall'astrologo, dal giullare e dai musici che accordano intanto gli strumenti e fanno varie ricercate. Il medico indossa una guarnacca lunga fino al tallone, di color tan oscuro; l'astrologo, una zimarra verdebruna e un turbante nero listato di giallo; il giullare, una gonnella di scarlatto. I musici salgono sul coretto e vi si dispongono in ordine.
ALTICHIARA.
Ecco, Madonna, Maestro Almodoro!
ALDA.
E abbiam preso, Madonna, anche l'astrolago!
BIANCOFIORE.
E il giullare, Gian Figo, che procaccia
ricette contro la malinconia
con gobbolette e novellette e polveri
di Tirli in Birli.
ALDA.
E abbiamo i sonatori
per la canzone a ballo,
con cennamella piffero liuto
ribecco e monacordo.
Eretta fra le cortine, Francesca guarda come trasognata e non sorride n parla.
BIANCOFIORE, avanzandosi.
Et ecco la ghirlanda
di violette.
Le offre la ghirlanda, con un atto di grazia.
Possa malinconia con ci passare!
Francesca la prende, mentre Altichiara toglie dal deschetto lo specchio e lo tien levato dinanzi al viso di lei che s'inghirlanda. La schiava lestamente scompare dall'uscio.
GARSENDA.
O Maestro Almodoro,
Avicenna Ippocrasso e Gallieno
tornati al mondo in uno guarnaccone,
che  malinconia?
Il medico si colloca nel mezzo e assume un aspetto solenne.
IL MEDICO.
Malinconia
 un umore che molti chiaman collera
nera, et  fredda, e secca,
et ha il suo sedio nello spino, et 
di natura di terra,
e d'autunno. Nec dubium est quidem
melancholicus morbus
ab impostore Diabolo...
Il giullare gli si mette innanzi, coprendolo con la sua persona. Le donne e i musici bisbigliano e ridono.
IL GIULLARE.
Quando
il tuo diavol nacque, il mio andava
ritto alla panca gi. Malinconia
 bere alla tedesca,
Madonna, sfringuellare alla grechesca,
cantare alla francesca,
ballare alla moresca,
dormire all'inghilesca,
e restar sodo come
Missere Ferragunze lo Cordoglio.
Madonna, io m'ebbi gi da voi l'avanzo
di quelle due pezzuole di scarlatto;
ma la gonnella nova  fatta vecchia.
Avreste due pezzuole di velluto,
in grazia?
Le donne ridono. Egli guata le robe del mercatante che stanno sparse presso il lettuccio.
GARSENDA.
L'astronomaco! Ora parli
l'astronomaco sommo soriano
che tutto vede!
L'astrologo barbato si fa tenebroso in sembianti e parla con una voce che sembra venire da una profonda caverna.
L'ASTROLOGO.
Ogni saetta non vede chi vede;
ma chi senz'occhi fiede
la trae di l, donde vita procede.
IL GIULLARE.
Et io t'ho poca fede.
Francesca aguzza le ciglia verso il Saracino, protendendosi alquanto.
FRANCESCA.
Che significa il tuo mottetto oscuro,
Maestro Isacco? Spiegami.
L'ASTROLOGO.
Donna, che dentro guarda,
non guarda; sia chi vuol quei che la guarda.
IL GIULLARE.
E per dice il Friolano: Quello
che vuole dunna
vuole sign, e ci che vuol sign
Tirli in Birli! E per
nel libro di Madama
Mogias d'Egitto, che scappella Libro
di Ficca l'arme al core,  dichiarato
che li nemici delle donne sono
diciesette...
Entra Adonella, portando cinque ghirlandette di narcissi bianchi sospese a un filo d'oro che insieme le lega.
ADONELLA.
Madonna, lo strozziere
ha richiamato lo sparviero. Ha qualche
penna rotta o piegata. Ora con l'acqua
calda e con la bambagia
glie le soccorre.
L'ASTROLOGO.
Allo sparvier lo becco non si rade;
ma tonditure rade
fanno grand'unghie, se lana gli cade.
FRANCESCA.
Tu parli per mottetti
oggi, Maestro Isacco?
L'ASTROLOGO.
Ognun che parla non parla; ma tace
ciascun che dorme in pace,
vita fa mala e profezia verace.
IL GIULLARE.
Requiescat in pace. Amen. Portate
un cataletto!
O Saracino Isacco,
grandissimo astronomaco tu sei;
e sai di profezia;
ma tu m'hai da riprendere a ragione.
Dimmi: qual' pi agevole a sapere,
o le cose passate
o pur quelle che debbono venire?
L'ASTROLOGO.
Oh chi non sa, balordo uomo, le cose
che ha veduto di drieto?
IL GIULLARE.
Orb, veggiamo come tu le sai.
Deh dimmi quello
che tu facesti per calen di marzo,
or fa fanno!
L'astrologo pensa.
Be' dimmi quello che
facesti or fa sei mesi!
L'astrologo pensa. Le donne ridono. Il giullare parla rapidissimamente.
Rechiamla a somma: dimmi
che tempo fu or fa tre mesi!
Maestro Isacco pensa e guata. Il giullare lo piglia per la zimarra.
O Isacco,
non fare il tralunato, non guatare;
sta fermo. Qual naviglio
ci giunse, gi fa un mese? Qual part?
Che guati? Tu mangiasti in corte o fuori,
or fa quindici d?
L'ASTROLOGO.
Aspetta un poco.
IL GIULLARE.
Che aspetta? Io non voglio
aspettare. Su via,
che facevi a quest'ora,
oggi fa otto d?
L'ASTROLOGO.
Ma dammi un poco di rispitto!
IL GIULLARE.
Che
rispitto si dee dare a chi sa ci
che dee venire? Che mangiasti tu
il quarto d passato?
L'ASTROLOGO.
Io tel dir.
IL GIULLARE.
Oh che nol dici?
L'ASTROLOGO.
Tu hai gran fretta.
IL GIULLARE.
Che fretta? Su, rispondi, che mangiasti
iermattina? Rispondi!
L'astrologo s'adira e fa l'atto di volgergli le spalle. Egli lo tiene per la zimarra.
Fermo! Guardami un poco!
Dieci per uno ti metto che tu
non sai se tu se' desto o se tu sogni
L'ASTROLOGO.
Io so ben che non dormo, e che tu sei
il pi balordo uomo che viva al mondo.
IL GIULLARE
E io ti dico che tu non lo sai.
Vieni qua! Non andare drieto al vento
di Mongibello. Pi di mille volte
hai salito la scala
del campanile di Santa Colomba.
Quanti scaglioni ha ella? Vieni qua!
Non mi scappare! Mangiasti tu mai
nespole? Quanti nccioli ha la nespola?
L'astrologo furibondo si libera dalla branca del giullare,  tra le grandi risa.
E se questo non sai,
come saprai mai le cose del cielo
e delle donne e delle tonditure?
Va da un cordaio e fatti fare corda
della tua barba, e impiccati a una stella!
BIANCOFIORE.
Madonna ha riso!
Gian Figo ha fatto ridere Madonna!
Va', va', medico caro, a casa tua,
con le tue medicine e il tuo latino.
Oggi  calen di marzo! Il canto vuol
ballo, e il ballo vuol canto.
Su, Simonetto, intona!
I musici su la tribuna cominciano un preludio. Gli astanti si ritraggono in fondo per lasciar libero lo spazio alla danza. Adonella scioglie il filo d'oro e distribuisce le ghirlande di narcissi alle compagne, che s'inghirlandano; e tiene per s l'una che porta due alette di rondine, segno d'officio singolare. Alda trae da una reticella quattro rondini di legno dipinto che hanno sotto il petto una specie di manico breve, e ne d una a ciascuna compagna; la quale, atteggiandosi alla danza, la tiene impugnata e sollevata nella sinistra mano. Ma all'Adonella dalla fronte alata d un sufoletto che imita il garrire della migrante. E, mentre le altre quattro ballano e cantano, costei fa udire ad intervalli, secondo il ritmo, il forte garrito annunziatore della primavera.
ALDA.
Magister Antonius sonum dedit.
Nova in calen di marzo
o rondine, che vieni
dai reami sereni d'oltremare
primamente a recare il buon messaggio
dell'Allegranza, e sapi odor selvaggio,
deh, creatura allegra
in veste negra e bianca a questa danza
vola e rallegra noi di primavera!
ALTICHIARA.
Marzo  giunto e febbraio
gito se n' col ghiado.
Or lasceremo il vaio
per veste di zendado.
E andrem passando a guado
acque di rii novelli
tra chinati arboscelli verzicanti,
con stormenti e con canti in compagnia
di presti drudi, o nella prateria
iscegliendo viole
ove redole pi l'erba, de' nudi
piedi che al sole v'ebbe Primavera
GARSENDA.
Oggi la terra pare
nova cosa a vederla,
e la faccia del mare
oggi  come la perla.
Non canta gi l'avrla
per entro ai boschi? e pronta
la lodola non monta in sommo ai cieli?
et i vnti crudeli nella bocca
non portan nidi? Rondine, ma cocca
di dardo  la tua coda,
par che arco s'oda stridere in tuoi stridi,
onde si goda fieder Primavera.
BIANCOFIORE.
Deh creatura allegra,
conduci questa danza,
in veste bianca e negra
com' tua costumanza.
Poi fa qui dimoranza
nella camera adorna
ch' chiara quando aggiorna e quando annotta
per l'Istoria d'Isotta fior d'Irlanda,
che vi si vede; e sieti una ghirlanda
nido, n ti rincresca,
poich la fresca donna che qui siede
non  Francesca ma s
Le danzatrici con rapido giro si volgono tutte a Francesca disponendosi in una fila e tendendo l'una mano, che tiene la rondine, e l'altra verso di lei; e cantano insieme con Biancofiore, senza intervallo, l'ultima parola della stanza.
TUTTE.
Primavera!
AI principiare della volta (Poi fa qui dimoranza) riappare su l'uscio la schiava. Mentre i musici fanno la chiusa, ella si avvicina lestamente alla dama e le susurra qualcosa che subito la turba ed agita.
FRANCESCA, impetuosamente.
Biancofiore, Altichiara, Alda, Adonella,
Garsenda, per la grazia
nova di questo ballo
io voglio rinnovarvi
le vesti. Ecco, prendete!
Ella si china a raccogliere alcune delle robe sparse e le dona.
A te! A te! A te!
Il giullare si avvicina obliquamente.
Tieni! Anche a te,
Gian Fico, e non far motto.
Il giullare prende e scambietta.
Garsenda, e questo per i sonatori
che si faccian casacche
addogate di giallo e di vermiglio.
Mercatante, e ritrova
due belle saie per Maestro Isacco,
per Maestro Almodoro. Andate! A tutti
ho donato in calen di marzo. Andate
cantando la canzone della rondine
per la corte. Poi tu ritornerai,
mercatante. Garsenda
ti chiamer. Lascia qui le tue robe.
Andate in allegrezza per la corte,
fino a vespro. Conducili, Adonella,
Felice primavera!
I musici discendono dal coretto sonando ed escono. Il giullare saltabecca dietro a loro. Tutti gli altri inchinano la dama, tenendo le robe donate, e van dietro ai suoni, con susurri, con risa. La schiava rimane, intenta a metter da banda i drappi sparsi. Francesca s'abbandona alla sua ansiet. D qualche passo per la stanza, smarritamente. Con un moto subitaneo, va a chiudere le cortine dell'alcova, che sono disgiunte e lasciano intravedere il letto. Poi si accosta al leggo, getta uno sguardo al libro aperto; ma, nel volgersi, con un lembo del suo vestimento ella smuove il liuto che cade e geme a terra. Trasale, sgomentata.
No, Smaragdi, no! Va, va, corri, e digli
che non venga!
S'odono i suoni lontanare. La schiava tralascia e va verso la porta. Francesca fa un gesto verso di lei come per trattenerla.
Smaragdi!
La schiava esce. Dopo alcuni attimi, una mano solleva la portiera; e appare Paolo Malatesta. L'uscio dietro di lui si chiude.
Scena V. I due cognati si guardano, nel primo istante, senza trovar parola, entrambi trascolorando Ancora s'odono i suoni lontanare per il palagio. Dalla finestra la camera s'inaura del giorno che declina.
FRANCESCA.
Benvenuto, signore mio cognato.
PAOLO.
Ecco, sono venuto, avendo udito
i suoni, per portarvi il mio saluto,
il saluto del mio ritorno.
FRANCESCA.
Assai
presto siete tornato: con la prima
rondine. Le mie donne
eran qui che cantavan la ballata
per salutare il marzo. Et era qui
anco quel mercatante fiorentino
che seguit la vostra scorta. M'ebbi
da lui le vostre novelle.
PAOLO.
Di voi
novelle mai non m'ebbi
laggi. Nulla pi seppi
di voi, da quella sera perigliosa
che m'offeriste una coppa di vino
e mi diceste addio
con la buona ventura.
FRANCESCA.
Non m' nella memoria
questo, signore. Io ho molto pregato.
PAOLO.
Non vi sovviene?
FRANCESCA.
Io ho molto pregato.
PAOLO.
Io ho molto sofferto.
Se  vero che sofferitore vince,
io vincere dovrei...
FRANCESCA.
Che?
PAOLO.
La mia sorte,
Francesca.
FRANCESCA.
E qui tornato siete?
PAOLO.
Vivere
voglio.
FRANCESCA.
Non pi morire?
PAOLO.
Ah, vi sovviene
della morte imprecata
che non mi volle! Almeno questo v'
nella memoria.
La donna si ritrae alquanto volgendosi verso la finestra, come schiva di quella violenza mal contenuta.
FRANCESCA.
Paolo
datemi pace!
 dolce cosa vivere obliando,
almeno un'ora, fuor della tempesta
che ci affatica.
Non richiamate, prego,
l'ombra del tempo in questa fresca luce
che alfine mi disseta
come quel sorso
ch'io m'ebbi al passo
della fiumana bella.
Pensare io voglio
che l'anima s' mossa
da quella riva per venire in questo
asilo ove la musica  sorella
della speranza, et ignorare il male
che ieri fu sofferto
e quello che sofferto
sar dimane, e tutta la mia vita
con tutte le sue vene
e con tutti i suoi giorni
e tutte le sue cose pi lontane
per un'ora vederla
acquietarsi come una corrente
in questo mare
che gli occhi miei vedono sorridente,
se non li illude lagrima che trema
e non si versa. Pace in questo mare
che tanto era selvaggio
ieri, et oggi  come la perla, datemi
pace!
PAOLO.
La melodia di primavera
odo, che dalle vostre labbra corre
sul mondo, quella
che cavalcando
pareami udire
nel vento della corsa,
ad ogni svolta, ad ogni
valico, e su la cima
delle colline e al limite dei boschi
e lungh'essi i torrenti,
quando il mio desiderio
curvo in arcione avvampava con l'alito
la criniera del mio cavallo folle,
e l'anima viveva
della rapidit
come la torcia trasportata, e tutti
i suoi pensieri, tranne uno, tranne uno,
in dietro si perdevano
come faville.
FRANCESCA.
Oim, Paolo, faville
sono le vostre parole e non danno
tregua, e ancora nel vento della corsa
vive l'anima vostra
e seco mi trascina paventosa.
Io vi prego, vi prego
che voi mi diate pace
sol per quest'ora,
mio bello e dolce amico,
a fin ch'io possa addormentare in me
l'antica pena et obliare il resto,
e riavere ne' miei occhi il primo
sguardo che s'affis nel vostro viso
sconosciuto; perch solo di questa
rugiada hanno bisogno le mie ciglia
aride, sol di riavere in loro
la maraviglia di quel primo sguardo;
e senton elle che la grazia viene,
come un tempo sentivano nel sogno
l'appressare dell'alba,
sentono che saranno consolate
forse, nell'ombra
della ghirlanda nova...
PAOLO.
Inghirlandata
di violette m'appariste ieri
a una sosta, in un prato
dove mi ritrovai
io solo, dilungatomi gran tratto
dalla scorta. S'udia
soltanto tintinnire
il freno del cavallo
che pascolava; e si vedean le torri
di Meldola di l da un bosco. E tutta
la campagna era aulente
di voi, nel mattino alto. E m'appariste
con le viole; e vi torn sul labbro
una parola che da voi fu detta:
Perdonato ti sia con grande amore!
FRANCESCA.
Tal parola fu detta,
e la gioia perfetta se n'attende...
Gli occhi di Paolo errano per la stanza.
Ah, non guardate intorno
le cose mute
che sembrano gioiose
e non sanno se non l'onta e il dolore.
Non le sfior l'autunno,
la primavera non le rinnovella!
Guardate il mare, il mare
che con Dio fece testimonianza
alla parola che fu detta, grande
e splendente di l dalla battaglia,
silenzioso di l dal clamore
furibondo, e una vela andava andava
sola alle sue fortune, come quella,
vedete? E da noi prova
terribile fu fatta.
Ora sedete qui alla finestra;
e non con l'arme per uccidere uomini,
ma senza crudelt, ecco, tenete,
Paolo... con questa ciocca
di basilico...
Ella toglie dal testo una ciocca e la offre al cognato che, nell'appressarsi, urta il piede contro il maniglio della cateratta e si sofferma.
Avete urtato il piede
contro lanello della cataratta
che v' l per discendere
nella stanza di sotto.
Paolo si china un poco a guardare. Francesca gli porge il basilico.
Ecco,tenete. Odoratelo.  buono.
Smaragdi l'ha piantato in questo vaso
per memoria di Cipro;
e, quando gli d l'acqua,
ci canta: "A suolo, a suolo
basilico ti stendo,
che tu ci dorma,
che tu lo tagli,
che tu l'odori,
che di me ti rammenti!"
A Firenze, ogni donna
tiene sul davanzale il suo basilico.
 vero? Non volete
parlarmi un poco della vostra vita?
Sedete qui. Parlatemi di voi.
Come avete vissuto?
PAOLO.
Perch volete voi
ch'io rinnovi nel cuore la miseria
di mia vita? Mi fu a noia e spiacque
tutto ch'altrui piaceva. E solamente
la musica mi diede
qualche ora di dolcezza. Io fui talvolta
nella casa di un sommo cantatore
nominato Casella,
e quivi convenivano taluni
gentili uomini; Guido Cavalcanti
tra gli altri, cavaliere de' migliori,
che si diletta del dire parole
per rima, e Ser Brunetto
dottissimo rettorico
tornato di Parigi;
e un giovinetto
degli Alighieri nominato Dante.
E questo giovinetto mi divenne
caro, tanto era pieno
di pensieri d'amore e di dolore,
tanto era ardente in ascoltare il canto.
E alcuna volta ebbe da lui un bene
inatteso il mio cuore
che sempre chiuso era; perch la troppa
soavit del canto
alcuna volta lo sforzava a piangere
silenziosamente,
e, vedendolo, anch'io con lui piangeva.
Gli occhi di Francesca si empiono di lagrime, la sua voce trema.
FRANCESCA.
Voi piangevate?
PAOLO.
Francesca!
FRANCESCA.
Piangevate? Ah, Paolo, sia
benedetto colui che v'insegn
tal pianto! lo pregher per la sua pace.
Ora io vi vedo, vi rivedo come
allora, dolce amico.
 venuta la grazia alle mie ciglia!
Ella appare trasfigurata dalla gioia perfetta. Con un gesto lento, si toglie dal capo la ghirlanda e la pone sul libro aperto che  da presso.
PAOLO.
Ora perch vi togliete dal capo
la ghirlanda?
FRANCESCA.
Perch non mi fu data
da voi, com'io vi diedi
quella rosa che colsi
da quell'arca. Ho sentito
che gi non  pi fresca!
Paolo si leva, s'accosta al leggio e tocca le violette.
PAOLO.
 vero. Vi sovviene? In quella sera
di fuoco e sangue, mi chiedeste in dono
un bello elmetto. Io ve l'offersi, et era
di fina tempra.
L'acciaio e l'oro non sanno che sia
il disfiorire. Ma voi lo lasciaste
cadere. Vi sovviene?
Io lo raccolsi. E l'ho tenuto caro
come corona
di re. Quand'io lo cingo, immantinente
s'innalza il mio valore e nel mio capo
non pnetra pensiero che non arda.
Egli  chino sul libro.
Ah la parola che i miei occhi incontrano!
"... fatto pi ricco che se voi gli avessi
donato tutto il mondo."
Qual libro  questo?
FRANCESCA.
La famosa istoria
di Lancillotto dal Lago.
Anch'ella si leva e s'appressa al leggio.
PAOLO.
Gi letta
l'avete?
FRANCESCA.
Sono giunta
nella lettura a questo passo.
PAOLO.
Dove?
qui dov' il segno?
Egli legge.
"... ma non mi richiede
di niente..." Volete seguitare?
FRANCESCA.
Guardate il mare come si fa bianco!
PAOLO.
Leggiamo qualche pagina, Francesca!
FRANCESCA.
Guardate quello stormo
di rondini, che arriva e segna l'ombra
sul bianco mare!
PAOLO.
Leggiamo, Francesca.
FRANCESCA.
E quella vela ch' s rossa che
par foco!
PAOLO, leggendo.
"Certamente, dama" dice
allora Galeotto "ei non si ardisce,
n vi domander mai cosa alcuna
per amore, perch teme, ma io
ve ne priego per lui, e se bene io
non vi pregassi, s lo doveresti
voi procacciare, perch non potresti
voi pi ricco tesoro conquistare."
Et essa dice...
Paolo trae leggermente Francesca per la mano.
Ora leggete voi
quel ch'essa dice. Siate voi Ginevra.
Sentite come odorano
le violette
che abbandonaste? Via, leggete un poco!
Le loro fronti si avvicinano chinandosi sul libro.
FRANCESCA, leggendo.
"et essa dice: Io lo so bene, et io
ne far ci che mi comanderete.
E Galeotto dice: Gran merc,
dama. Io vi prego che voi gli doniate
il vostro amore..."
Ella s'interrompe.
PAOLO.
Leggete ancora!
FRANCESCA.
No, non vedo pi
le parole.
PAOLO,
Leggete: "Certamente...
FRANCESCA.
"Certamente, dice essa, io gli prometto;
ma che egli sia mio et io tutta sua,
e che emendate sien tutte le cose
mal fatte..." Basta, Paolo.
PAOLO, leggendo con voce divenuta roca e tremante.
"Dama, dice esso, gran merc: baciatelo,
a me davanti, per cominciamento
di vero amore..." Voi, voi! Che dice essa?
Ora che dice? Qui.
I loro volti pallidi sono chini sul libro, cos che le guance quasi si sfiorano.
FRANCESCA, leggendo.
"Dice: Di che
io mi farei pregare? pi lo voglio
io che voi..."
PAOLO, seguitando, soffocatamente.
"E si tirano da parte.
E la reina vede il cavaliere
che non ardisce di fare di pi.
Lo piglia per il mento e lungamente
lo bacia in bocca..."
Egli fa quell'atto istesso verso la cognata, e la bacia. Quando le bocche si disgiungono, Francesca vacilla e s'abbandona sui guanciali.
Francesca!
FRANCESCA, con la voce spenta.
No, Paolo!
 ATTO QUARTO.
Appare una sala ottagona, di pietra bigia, con cinque de' suoi lati in prospetto. In alto, su la nudit della pietra, ricorre un fregio di liocorni in campo d'oro. Nella parete di fondo  un finestrone invetriato che guarda le montagne, fornito di sedili nello strombo. Nella parete che con quella fa angolo obliquo, a destra,  un usciolo ferrato per ove si discende alle prigioni sotterranee. Contro la corrispondente parete, a sinistra,  una panca con alta spalliera, dinanzi a cui sta una tavola lunga e stretta, apparecchiata di cibi e di vini. In ciascuna delle altre due pareti a rimpetto  un uscio: il sinistro, prossimo alla mensa, conduce alle camere di Francesca; il destro, ai corridoi e alle scale. Torno torno sono distribuiti torcieri di ferro; ai beccatelli sono appesi budrieri coregge turcassi, pezzi d'armature diversi, e poggiate armi in asta: picche bigordi spuntoni verruti mannaie mazzafrusti.
Scena I. Si vede Francesca seduta nel vano del finestrone, e Malatestino dall'Occhio in piedi davanti a lei.
FRANCESCA.
Giustiziere ti fai, Malatestino.
La tua culla tagliata fu, di certo,
in qualche vecchio ceppo da una scure
che molti capi vi avea mozzi prima.
Malatestino ride convulsamente.
MALATESTINO.
Cognata, avete orrore
di me? V'aggrada meglio
tal ch'ebbe la sua culla entro la rosa
d'un liuto soave?
FRANCESCA.
Sei un fanciullo crudele, che prendi
vendetta d'un falcone!
Perch l'hai morto, mentre pur l'avevi
caro?
MALATESTINO.
Per la giustizia.
Io l'aveva lasciato ad una gr.
Quella mont alto, il falcone molto
alto si mise sopra lei, e sotto
vide un'aquila giovane volare.
La prese e la percosse a terra e tanto
la tenne che l'uccise
Corsi credendo che fosse la gru;
ma trovai ch'era un'aquila.
Allora m'adirai.
E il bel falcone fu decapitato
perch aveva morto il suo signore.
FRANCESCA.
Folle tu fosti.
MALATESTINO.
Aveva morto il suo
signore. Fu giustizia.
FRANCESCA.
Fu malvagia follia, Malatestino.
MALATESTINO.
Passasi il folle con la sua follia,
e passa un tempo, ma non tuttavia.
FRANCESCA.
Perch tanto sei strano?
Avido d'ogni sangue
tu sei, sempre in agguato,
nemico a tutti. In ogni tua parola
 una minaccia oscura.
Come una fiera mordi
et aggraffi chiunque s'avvicina.
Dove nascesti? Non ti diede latte
la tua madre? E cosi giovine sei!
La lanugine appena t'ombra il viso!
MALATESTINO, con subito impeto.
Tu m'aizzi. Il pensiero
di te m'aizza l'animo, continua-
mente. Sei l'ira mia.
Francesca si leva ed esce dal vano della finestra come per sfuggire ad un'insidia. Ella rimane presso il muro, ove brillano le armi in asta ordinate.
FRANCESCA.
Malatestino, bada! Il tuo fratello
 per venire... Non hai tu vergogna?
MALATESTINO, incalzandola.
Come un arco mi tendi,
che scocca mille volte
in un'ora e percote alla ventura.
La tua mano  terribile,
che tiene la mia forza
e la scaglia a ferire ovunque  alito.
Fuggo e m' insegui.
M'avvolgi d'improvviso
come il nembo, a ruina,
in mezzo alla campagna,
su le vie sotto
le rocche, quando vado
a oste. Ti respiro nella polvere
dello stormo. La nuvola che levasi
dalla terra calpesta
prende la tua figura
e tu palpiti viva e ti dissolvi
sotto le zampe dei corsieri che ansano,
nell'orme che si rempiono di sangue...
Ti stringer, ti stringer alfine!
Francesca, ritraendosi lungo il muro, giunge all'usciolo ferrato cui d le spalle.
FRANCESCA.
Non mi toccare, forsennato, o chiamo
il tuo fratello. Vattene! Ho piet
di te. Sei un fanciullo.
Vattene, se castigo
non vuoi. Sei un fanciullo
perverso.
MALATESTINO.
Chi vuoi tu chiamare?
FRANCESCA.
Il tuo
fratello.
MALATESTINO.
Quale?
Francesca sussulta, udendo giungere dal profondo un grido a traverso la porta ov'ella  addossata.
FRANCESCA.
Chi grida? Hai udito?
MALATESTINO.
Uno che deve morire.
FRANCESCA.
Montagna
dei Parcitadi?
Viene dalla prigione un urlo iterato.
MALATESTINO.
Anch'io ti dico: Bada!
Bada, Francesca: oggi tu ti condanni.
FRANCESCA.
Ah, non posso pi udirlo! Anche la notte
urla, urla come un lupo;
e giunge l'urlo fino alla mia stanza.
Che gli hai tu fatto?
l'hai tu messo in tormento?
MALATESTINO.
Ascolta me! Giovanni
parte a vespro per la podesteria
di Pesaro. Tu gli hai apparecchiato
il viatico.
Indica la mensa.
Ascolta. Io posso dargli
un ben altro viatico...
FRANCESCA.
Che intendi?
MALATESTINO.
Guardami bene. Io vedo pur con l'uno.
FRANCESCA.
Che intendi? Tu mi fai minaccia? O trami
un tradimento contro il tuo fratello?
MALATESTINO.
Tradimento! Io credea,
mia cognata, che tal parola ardesse
le vostre labbra; e veggo
le vostre labbra immuni,
ma un poco smorte. Il mio giudizio err.
Vanamente parlai. Solo vi chiedo
anche una volta...
S'ode di nuovo l'urlo del prigioniero.
FRANCESCA, tremante di orrore.
Come urla! Come urla!
Chi lo tormenta? Quale strazio nuovo
hai trovato per lui?
L'hai tu murato vivo? Urler tutta
la vita? Va, va, corri! Fa che cessi!
Toglilo dal tormento!
Non voglio udirlo pi.
MALATESTINO.
Ecco, vado. Far che voi abbiate
una notte tranquilla, il pi profondo
sonno, senza terrore,
poi che stanotte dormirete sola,
cavalcando Giovanni per la via
di Pesaro...
Egli si accosta alla parete e sceglie tra le armi ordinate una mannarina.
FRANCESCA.
Che fai?
MALATESTINO.
Giustiziere mi faccio,
per vostra volont,
mia cognata.
Esamina il filo dell'acciaro; poi apre la porta ferrata il cui vano appare nero di tenebra.
FRANCESCA.
Tu vai
per ucciderlo? Troppo
ti pare aver dimorato, ah feroce!
da quella sera ch'io
ti fasciai la ferita e deliravi
contro il tuo padre... Ancora t'odo. E mordi
la stessa mano che ti medic,
ch'ebbe cura di te mentre eri infermo,
che t'alleggi la pena... Ah maledetta
l'or che mi piegai sul capezzale
a confortarti.
MALATESTINO.
Francesca, Francesca,
ascolta: cos certa
 la morte nel filo di quest'arme
che ho nel pugno, com' certa la vita
nella parola
che tu puoi dire ancora,
la vita con le piene vene, intendi?,
e col vento e coi giorni di vittoria.
La donna risponde lentamente, con una voce eguale, come in un'improvvisa tregua dell' ansiet e dell'orrore.
FRANCESCA.
Quale parola? Chi la potr dire?
Tu vivi di fragore.
Dov'io vivo  silenzio. Il prigioniero
non  lontano e solo
come tu sei lontano e solo, povero
carnefice, ebro di grida e di colpi!
Taciturna  la sorte.
MALATESTINO.
Ah, se vedere tu potessi il volto
della sorte sospesa!
Un tristo nodo mi s' fatto dentro
il capo, un nodo di pensieri come
di folgori costrette
che colpiranno. Ascolta,
ascolta! Che la tua mano mi tocchi,
che i tuoi capelli si pieghino ancora
su la mia febbre, e...
S'ode pi lungo l'urlo di sotterra.
FRANCESCA.
Orrore! Orrore!
Ella si ritrae nel vano della finestra, si siede, e poggiati i cubiti su le ginocchia, pone la testa fra le palme, fissa.
MALATESTINO, bieco.
Tal
sia di voi.
Egli strappa da un torciere la torcia. Posa la mannaia a terra; prende l'acciarino. Io batte e accende la torcia, mentre parla.
Vado. Non l'udrete pi.
Voglio che voi abbiate
una notte tranquilla, il pi profondo
sonno... E far quieto anche il mio padre
che sempre teme della fuga. Voglio
che Giovanni passando per Gradara
gli dia sicuro pegno.
O cognata, buon vespro!
La donna resta immobile, come se non udisse. Egli raccatta l'arme ed entra nel buio, col suo tacito passo felino, tenendo nella sinistra mano la torcia ardente. Scompare. La piccola porta rimane aperta. Francesca si leva e guarda per entro al vano dileguarsi il bagliore. Subitamente corre alla soglia e chiude, rabbrividendo. L'uscio ferrato stride, nel silenzio. Ella si volge e d qualche passo lento, a capo chino, come gravata da un gran peso.
FRANCESCA, sommessamente, entro di s.
Il pi profondo sonno!
Scena II. S'ode, a traverso la grande porta destra, la voce rude di Gianciotto. Francesca s'arresta a un tratto.
GIANCIOTTO.
Cerca di Messer Paolo mio fratello
e digli che fra un'ora monter
a cavallo per Pesaro,
e ch'io l'attendo.
Lo Sciancato entra, tutto in arme. Scorge la sua donna, e va a lei.
Mia cara donna, voi m'attendevate?
Perch tremate e siete cos smorta?
Egli le prende le mani.
Gelida siete come di paura.
Perch?
FRANCESCA.
Malatestino
era da poco entrato quando ud
gridare il prigioniero,
che da pi giorni grida orribilmente
sotterra; e, nel vedermi sbigottita,
fu preso d'ira e si precipit
per quella porta alla prigione, armato
d'una mannaia, risoluto a ucciderlo,
contro il divieto del padre, che troppo
gli coceva... Feroce
egli , quel fratel vostro, mio signore.
e non m'ama.
GIANCIOTTO.
Cessate di tremare,
donna. Or dove n'and vostra valenza?
Foste tra combattenti
impavida, e vedeste
cadere i partigiani con la gola
forata, e maneggiaste il fuoco greco
ridendo. Or della vita d'un nemico
tanto vi cale? e vi spaventa un urlo,
o una scure brandita?
FRANCESCA.
 bello il combattente alla battaglia,
ma il carnefice occulto a me disgrada.
GIANCIOTTO.
Malatestino aveva a noia d'essere
da s gran tempo custode, in attesa
del riscatto che il vecchio Parcitade
non vuol pagare, il vecchio avaro lercio
che fuggendo port seco anche certi
privilegi e ragioni del Comune
di Rimino... Perch
diceste che non v'ama?
FRANCESCA.
Non so. Mi sembra.
GIANCIOTTO.
Forse
vi dimostr mal animo?
FRANCESCA.
Egli  un fanciullo; e, come
il giovine mastino,
ha bisogno di mordere... Venite,
signore, a ristorarvi
prima di mettervi a cavallo.
GIANCIOTTO.
Forse
Malatestino...
FRANCESCA.
Via, perch pensate
a quel che dissi leggermente? "Cuore
di piastra, fegato arido." Di vostre
parole mi sovviene, e d'una notte.
Egli ama il suo corsiero
finch non  infermato,
e i suoi arnesi finch non son logori.
Non volli gi lamentarmi con voi,
signore.  quasi vespro.
Venite a ristorarvi. Prenderete
la via della marina?
Gianciotto  pensoso, mentre segue Francesca verso la tavola apparecchiata. Si toglie il bacinetto, si sfibbia la gorgiera, e d gli arnesi alla donna che li depone su una scranna con atti di subitanea grazia, favellando.
Cavalcherete sotto la frescura.
Sar dolce la notte di settembre.
Innanzi mezzanotte nascer
la luna. Quando giungerete a Pesaro,
Messere il Podest?
GIANCIOTTO.
Domani in su la terza,
ch mi bisogna fare buona sosta
a Gradara, dal padre.
Egli si sfibbia il cingolo che sostiene lo stocco, e la donna lo riceve.
FRANCESCA.
E gran tempo dimorerete, senza
tornare?
S'ode il grido terribile di Montagna salire di sotterra. Francesca trasale e lascia cadere lo stocco, che esce dalla guaina.
GIANCIOTTO.
 fatto. Non vi sbigottite,
donna. Il silenzio viene. Dio si prenda
cos tutte le teste dei nemici
nostri! Omai nessun vento
ricaccer tra le pietre di Rimino
il mal seme. E da tutta la Romagna
Dio lo disperda in quest'anno sanguigno,
se a Lui piacque che il d primo di Pasqua
Gli fosse celebrato per i Guelfi
da Calboli col sangue ghibellino
d'Aldobrandin degli Argogliosi!
Egli si china a raccattar lo stocco sguainato.
Papa
Martino  morto e Re Carlo gli and
innanzi in paradiso. Mal per noi!
Questo Pietro di Stefano che Onorio
ci manda per Rettore
non mi par nostro amico,
e non dei Polentani, non del padre
vostro, Francesca. Ci bisogna andare
stoccheggiando con ferro bene occhiuto.
Fa l'atto con lo stocco nudo in pugno, quindi guarda la lama per il lungo ponendo l'occhio all'impugnatura.
Questo  inflessibile.
Ringuaina.
FRANCESCA.
Datemelo, signore,
che non lo lascer
pi cadere. E sedete, e ristoratevi.
Il marito le d lo stocco e si siede su la panca, dinanzi alla tavola.
GIANCIOTTO.
Ecco, mia cara donna.
Io vi parlo di guerra, et ora penso
che non v'ho mai donato un fiore. Ah, siamo
duri. Io vi do pezzi d'arnese a reggere
tra quelle bianche mani.
Malatestino almeno vi don
uno sparviero! Paolo
forse vi dona fiori. Il Capitano
del Popolo in Firenze
apprese ogni virt di cortesia,
ma lasci la sua forza in riva ad Arno,
et ora meglio piacegli oziare
che travagliare.  sempre con i suoi
musici.
Egli spezza il pane, si versa il vino, mentre Francesca sta seduta di contro a lui, presso la tavola, poggiando il mento al pomo dello stocco.
Ma anche voi,
Francesca, amate il canto camerale.
Le vostre donne non si stancan mai
di cantare? La lor voce dovea
certo coprire gli urli
del Parcitade. Voi
tramutate le torri
dei Malatesti
in una selva piena d'usignuoli.
Egli mangia e beve
FRANCESCA.
Io e la mia sorella
Samaritana, nelle nostre case
a Ravenna, vivemmo in mezzo al canto.
La nostra madre ebbe la gola d'oro.
Fin dall'infanzia prima,
la musica pieg l'anima nostra
come l'acqua del rivo piega l'erba.
E la madre diceva:
- Dolce cantare spegne ci che nuoce. -
GIANCIOTTO.
La mia madre diceva:
"Sai tu qual donna  donna da gradire?
Quella che fila pensando del fuso,
quella che fila eguale e senza groppi,
quella che fila e non le cade il fuso,
quella che avvolge il filato egualmente,
quella che sa se il fuso  mezzo o pieno.
FRANCESCA.
E come non cercaste quella donna,
signore, pel contado?
S'ode battere alla piccola porta ferrata. Francesca balza in piedi, getta lo stocco su la mensa, e si volge per uscire.
Torna Malatestino.
Io non voglio vederlo.
LA VOCE DI MALATESTINO.
Chi ha chiuso?
Cognata, siete l? M'avete chiuso?
Batte pi forte col piede.
GIANCIOTTO.
Aspetta, aspetta, che t'apro.
LA VOCE DI MALATESTINO.
Ah, Giovanni!
Aprimi, che ti porto
un buon frutto maturo
pel tuo viatico:
un fico settembrino.
E come pesa!
Lo Sciancato va ad aprire. Francesca segue con gli occhi per qualche attimo il passo di lui claudicante; poi si ritrae verso la porta che conduce alle sue stanze. Exit.
Affrttati!
GIANCIOTTO.
Ecco, vengo.
Scena III. Gianciotto apre; ed appare su la soglia angusta Malatesrino tenendo nella sinistra mano la torcia accesa e reggendo, per il cappio d'una legatura di corda, la testa di Montagna avviluppata in un drappo.
MALATESTINO, porgendo la torcia al fratello.
Tieni, fratello: spegnila.
Gianciotto spegne la fiamma stridula soffocandola sotto la pianta del piede.
Era teco
la tua moglie?
GIANCIOTTO, rudemente.
Era meco.
Che vuoi da lei?
MALATESTINO.
Tu sai dunque che sia
questo frutto ch'io porto alla tua mensa...
GIANCIOTTO.
Non hai temuto di disobbedire
al padre?
MALATESTINO.
Senti come pesa! Senti !
Egli porge il cappio allo Sciancato; ilquale lo prende a prova, e poi lascia cadere il viluppo che fa un tonto sordo sul pavimento.
Te la do.  la testa
di Montagna dei Parcitadi. Prendila.
La porterai appesa
all'arcione; e, passando per Gradara,
la lascerai al Magnifico nostro
padre. E tu gli dirai: "Malatestino
vi manda questo pegno
perch non dubitiate della sua
custodia. Ei v'assicura
che il prigioniero non gli fuggir;
e vi chiede in compenso
quel morello balzano di tre pi
che voi gli prometteste,
con sella messa a oro."
Ah, fa caldo!
Si asciuga la fronte sudata. Gianciotto  di nuovo seduto a mensa.
Ti dico:
quando ha visto la fiaccola, soffiava
come il cavallo quando aombra... Dammi
da bere.
Egli tracanna una coppa che  gi piena. Gianciotto  cupo in sembianti e mastica in silenzio, a capo chino, senza inghiottire il boccone, movendo la mascella come il bue che ruguma. L'uccisore di Montagna si siede l dov'era seduta Francesca. Il viluppo sanguinoso  immobile sul pavimento. Pel finestrone si vede il sole calare sopra l'Apennino affocando le vette e le nuvole.
Sei crucciato?
Volevi che aspettassimo il riscatto
ancora un anno dal Perdecittade?
Io ti dico che mai l'aremmo avuto;
e questo  certo
come il fiorino  giallo.
Da oggi innanzi
i Malatesti non danno quartiere,
fin che hanno denti in bocca.
Non son due mesi che a Cesena il padre
ha scampata a miracolo la pelle
dall'ugne di Corrado Montefeltro,
e Filippuccio bastardo  ancor vivo!
Laudato sia
frate Alberigo
che sa come si tagli con un colpo
tronco e rampollo!
 tempo che per ogni Ghibellino
vengano le frutta,
come c'insegna il cavalier Godente.
Egli prende lo stocco che  di traverso su la la vola, e batte con la palma la guaina.
Ecco le frutta, per ogni convito
di pace e di concordia.
Non ti crucciare meco,
Giovanni. Io ti son fido.
Tu ti chiami Gian Ciotto
et io son quel dall'Occhio...
Si tace un istante, perfidamente.
Ma Paolo  il Bello!
Gianciotto leva il capo e fissa gli occhi in faccia al giovinetto. Nel silenzio s'ode tintinnire lo sperone al piede ch'egli agita sul pavimento.
GIANCIOTTO.
Ciarliero sei divenuto anche tu.
Malatestino fa l'atto di versarsi altro vino. Il fratello gli trattiene il polso.
Non bere. Ma rispondimi. Che cosa
hai tu fatto a Francesca?
Come l'hai tu offesa?
MALATESTINO.
Io? Che ti disse mai
ella?
GIANCIOTTO.
Hai mutato colore.
MALATESTINO.
Che mai
ti disse?
GIANCIOTTO.
Ma rispondimi!
MALATESTINO, simulando di smarrirsi.
Io non posso risponderti.
GIANCIOTTO.
Che mal animo hai tu contro di lei?
MALATESTINO, rianimandosi, con un lampo nella pupilla aguzza.
Questo ti disse? E non mut colore
ella, questo dicendo?
GIANCIOTTO.
Bada, Malatestino!
Guardami dentro gli occhi.
Io zoppico, ma vo diritto innanzi
a me. Tu vai obliquo
sempre, e smorzi il rumore del tuo passo.
Bada ch'io non t'afferri!
Ti divincoleresti
invano. Ora io ti dico:
- Guai a chi tocca la mia donna! - E sai
bene, perch m'hai visto alla bisogna,
che maggior tempo corre
tra il colpo dello sprone et il partirsi
del caval barbaresco,
che tra il mio dire et il mio fare. Pnsaci.
MALATESTINO, con voce sorda e ciglio basso.
E se il fratello vede che taluno
tocca la dorma del fratello, e n'ha
sdegno, e s'adopra perch l'onta cessi,
dimmi, pecca egli?
E se, per questo, accusato  d'avere
contro alla donna mal animo, dimmi:
giusta  l'accusa?
Gianciotto sobbalza terribile, ed alza i pugni come per schiacciare il giovinetto. Ma si contiene: le braccia gli ricadono.
GIANCIOTTO.
Malatestino, castigo d'inferno,
se non vuoi ch'io ti strappi
l'altr'occhio per cui l'anima tua bieca
offende il mondo, parla
e dimmi quello che hai veduto.
Malatestino s'alza e va, col suo tacito passo felino, alla porta che  presso la tavola. Sta in ascolto per alcuni attimi; poi apre l'uscio repentinamente, con un gesto rapidissimo, e guata. Non scopre nessuno. Torna a porsi di contro al fratello.
Parla!
MALATESTINO.
Non per minaccia. Neppur tu mi fai
paura. Sappilo.
Per non portar visiera, io sono fatto
orbo; ma tu nella tua casa porti
visiera, buffa, ventaglia e barbozza
di tutta piastra, senza una fessura!
Nulla vedi, n t'entra nel cervello
ferrato alcuna punta di sospetto...
GIANCIOTTO.
Al fatto! Non ciarlare! Non ciarlare!
Su, dimmi quello che hai veduto. Dimmi
l'uomo!
MALATESTINO.
Non ti stupisti
quando taluno, che partitosi era
in decembre, improvviso abbandon
l'ufficio nel Comune
et a febbraio era gi di ritorno?
S'ode scricchiolare una delle coppe d'argento, che si schiaccia nel pugno dello Sciancato.
GIANCIOTTO.
Paolo? No, no! Non .
Egli si leva in piedi, si toglie dalla tavola; ed erra per la stanza, torvo, con lo sguardo annebbiato. Urta a caso contro il viluppo funebre. Va verso il finestrone le cui vetrate lampeggiano nel tramonto afoso. Si siede sul sedile e si prende la testa fra le mani come per raccogliere il pensiero in un punto. Malatestino intanto gioca con lo stocco, sguainando a mezzo e ringuainando.
Malatestino. Vieni.
Il giovinetto si accosta, leggero e presto, senza alcuno strepito, quasi abbia i piedi fasciati di feltro. Gianciotto lo avviluppa con le braccia, lo serra fra le sue ginocchia armate, gli parla con l'alito contro l'alito.
Sei certo? L'hai veduto?
MALATESTINO.
S.
GIANCIOTTO.
Come? Quando?
MALATESTINO.
Pi volte entrare...
GIANCIOTTO.
Entrare dove?
MALATESTINO.
Entrare
nella camera...
GIANCIOTTO.
E poi? Non basta. Egli 
cognato. Intrattenersi pu. Vi sono
le donne... L'hai veduto
forse condurre i musici...
MALATESTINO.
Di notte.
Non mi far male, per Dio! Non mi stringere
cos! Porti le maniche di ferro.
Lasciami!
Egli si divincola, pieghevole.
GIANCIOTTO.
Ho udito bene?
Tu hai detto... Ripeti!
MALATESTINO.
S, di notte, di notte
l'ho veduto.
GIANCIOTTO.
Ti fiacco
le reni, se tu menti.
MALATESTINO.
Di notte entrare, all'alba escire. Tu
facevi oste contro gli Urbinati.
GIANCIOTTO.
Ti spezzo, se tu menti.
MALATESTINO.
Vuoi tu vedere e toccare?
GIANCIOTTO.
Bisogna,
se ami scampare dalla mia tanaglia
mortale.
MALATESTINO.
Vuoi stanotte?
GIANCIOTTO.
Voglio.
MALATESTINO.
Ma
sei tu capace di dissimulare,
di sorridere? Ah tu non sai sorridere!
GIANCIOTTO.
Che la vendetta m'insegni il sorriso,
se la gioia nol seppe.
MALATESTINO.
Sei capace
tu di baciare l'una e l'altro, senza
morderli?
GIANCIOTTO.
S, li bacer pensandoli
gi trapassati.
MALATESTINO.
Lei
tenere fra le tue braccia tu devi
parlandole, e non fremere.
GIANCIOTTO.
Ah, tu giochi
col mio dolore! Bada, che ha due tagli.
MALATESTINO.
Non mi far male, per Dio!
GIANCIOTTO.
Bene: dimmi
il modo che tu pensi,
speditamente.
MALATESTINO.
Accommiatarti devi
da loro, e quindi metterti a cavallo,
e con tutta la scorta
escire per la porta San Genesio
e prendere la via
di Pesaro. Io sar teco a cavallo.
Tu dirai che crucciato
sei meco per la testa di Montagna,
e che mi vuoi condurre al nostro padre,
a Gradara, perch mi dia castigo
o perdno. Cos
crederanno essi di restare soli.
Intendi? Molto a notte
lasceremo la scorta per tornare
indietro; et entreremo dalla porta
del Gattolo, anzi che sorga la luna.
Daremo il segno a Rizio.
Tu lascia me disporre il tutto. Monta
il tuo corsiero pi veloce; e prendi
un po' di panno lano
per fasciare gli zoccoli, se occorra,
che su la via sonora
di notte anche le pietre
sanno tradire, fratello.
GIANCIOTTO.
E vedr!
Tu certo sei. Li coglier nel fallo...
MALATESTINO.
Non stringere! Ora penso
che v' la schiava, quella cipriota...
Le serve da mezzana.
Astuta ; fa male...
La vedo che va sempre
fiutando il vento... Prenderla
al laccio debbo e imbavagliarla. Questo
 affare mio. Tu non pensare a nulla
finch non sei all'uscio...
GIANCIOTTO.
Pel tuo capo, li coglier nel fallo?
MALATESTINO.
Ora basta, per Dio!
Ora lasciami, lasciami! Non sono
io la tua presa.
S'ode, a traverso la porta destra, la voce di Paolo.
LA VOCE DI PAOLO.
 qui Giovanni?
Lo Sciancato lascia Malatestino e s'alza, pallidissimo.
Attento!
Attento! Non gli dar sospetto.
Come Paolo apre l'uscio ed entra, Malatestino finge di adirarsi contro Gianciotto gridando.
M'hai
lasciato alfine!
Egli finge di avere i polsi indolenziti.
Per Dio, t' fortuna
essere il primogenito. Altrimenti...
Ah, Paolo, bene giungi!
Scena IV. Paolo porta una lunga e ricca sopravvesta che gli scende pi gi del ginocchio, fin quasi al collo del piede, stretta ai fianchi da una cintura gemmata per cui passa un bel pugnale dommaschino. La capellatura increspata, non ispartita su la fronte ma confusa e folta, gli ombra il viso come una nube.
PAOLO.
Che mai accade?
MALATESTINO.
Vedi,
Giovanni  corrucciato
meco perch finalmente ho perduto
pazienza et ho fatto ammutolire
Montagna, stanco di sentirlo urlare
(Francesca non poteva dormir pi)
e stanco di sentirmi
ripetere dal padre
a voce o per messaggio:
"Bene lo custodisci?
Lo sai tu custodire?
Certo ti fuggir.
Tu te lo lascerai fuggire. Certo
ora ti fugge, e tu non lo ripigli."
Ah, stanco ero, per Dio! La testa  l.
PAOLO.
Tu stesso l'hai decapitato?
MALATESTINO.
Io stesso,
e nettamente.
Paolo guarda il viluppo, ma si schiva per non macchiarsi, che il drappo gocciola.
Anche tu fai lo schivo
per tema di macchiarti
la falda? Non sapeva
io d'aver due sorelle
s delicate!
GIANCIOTTO.
Cessa
di motteggiare! Paolo,
io voglio ch'egli venga meco fino
a Gradara, dal padre,
per discolparsi
d'aver disobbedito.
Che te ne sembra?
PAOLO.
Bene mi sembra, ch'egli venga teco,
Giovanni.
MALATESTINO.
Piacemi.
Ma portare gli voglio
il pegno. Al mio arcione
l'appender, che  saldo.
Egli prende il viluppo pel cappio.
E non temo dell'ira. Grandemente
il nostro padre si rallegrer,
quando la legatura sar sciolta,
vi dico. E mi dar
il morello romano per la guerra
e per la caccia il ginnetto leardo.
GIANCIOTTO.
Apparcchiati, dunque, e senza indugio,
perch gi si fa sera.
Malatestino solleva il viluppo per andarsene.
PAOLO, a Giovanni.
Ho visto che la tua gente s' armata
di petto e schiena, e aspetta il buttasella.
I due fratelli vanno verso il vano del finestrone, incontro al fuoco del tramonto; e seggono.
MALATESTINO, andandosene.
Ih, come pesa! E non ha morione.
Furono sempre bovi da macello
i Parcitadi, gran teste cornute,
in verit. Paozzo,
dove tu passi, lasci odore d'acqua
lanfa! E bada alla falda, che io lascio
gocciole.
Exit.
PAOLO.
 sempre tutto artigli, pronto
sempre alla zuffa. Prima
la nostra gente d'arme
diceva ch'ei chiudesse un occhio solo
nel sonno e avesse l'altro sempre aperto.
Ora io credo che mai non dorma e mai
allenti il nervo della sua ferocia.
Fatto  per acquistare signora
e per morire a ghiado,
il nostro buon fratello, Dio l'aiuti.
E tu vai dunque Podest di Pesaro!
Il nostro padre da Gradara guarda
alla Rocca di Pesaro
come a preda gi sua. Glie la darai
tu, forse, fra non molto,
col tuo valore e con la tua saggezza,
Giovanni.
GIANCIOTTO.
Ancor non 
un anno che tu andasti Capitano
del Popolo a Firenze,
et ecco io vado Podest. Ben poco
dimorasti in su l'Arno. Io lungamente
dimorer, ch non conviene a me
renunciare l'ufficio. Ma lasciare
Francesca assai mi duole,
per cos lungo tempo.
PAOLO.
Tornare tu potrai di tratto in tratto.
Non  lontana Pesaro.
GIANCIOTTO.
Non si concede al Podest partirsi
dal luogo, finch duri
l'ufficio, tu lo sai, n seco avere
la sua donna. Ma a te l'affider,
fratello, la mia cara donna, a te
che resti.
PAOLO,
Io l'ebbi sempre
come sorella diletta.
GIANCIOTTO.
Lo so,
Paolo.
PAOLO,
Sicuro sii
che bene te la guarder.
GIANCIOTTO.
Lo so,
Paolo. Tu di Ravenna
la conducesti vergine al mio letto,
tu me la guarderai da ogni male.
PAOLO.
Anche far che Orabile
lasci Ghiaggiolo e venga
a Rimino per esserle compagna.
GIANCIOTTO.
Fa che s'amino. Paolo,
le due cognate.
PAOLO.
Francesca sovente
le manda doni.
GIANCIOTTO.
Va' chiamala. E tardi.
Il sole  tramontato. E mi bisogna
fare sosta a Gradara
et essere alle porte
di Pesaro anzi l'ora terza. Va,
va tu stesso a chiamarla. Ella  tornata
alle sue stanze, offesa
dalla crudezza di Malatestino.
Voglio che tu la rassicuri, e ch'ella
non tema pi di rimanere sola.
Va, chiamala.
Egli si leva e pone leggermente la mano su l'omero del fratello come per sospingerlo. Paolo s'avvia all'uscio. Lo Sciancato, in piedi, immobile, con lo sguardo micidiale segue fino alla soglia la bella persona. Appena Paolo  scomparso, egli tende la mano prona come per fargli giuramento. Poi si muove verso la tavola; toglie la coppa schiacciata, volendo nasconderla. Si volge, vede la piccola porta ferrata ancora aperta; va, getta nel buio la coppa, e chiude.
Scena V. Su l'altra soglia appare Francesca al fianco del cognato.
FRANCESCA.
Vogliate perdonarmi,
signore, se da voi
partii d'improvviso. Voi sapete
la cagione.
GIANCIOTTO.
Mia cara donna, so
la cagione; e mi duole
che voi abbiate pena per la colpa
di quel tristo fratello. E provvedere
volli alla vostra pace e al suo castigo,
perch lo condurr meco a Gradara
dal padre. Ei s'apparecchia
a cavalcare. Fra poco esciremo
dalla citt.
FRANCESCA.
Rancore
mi serber se l'accusate al padre.
Perdonate anche a lui.
 un fanciullo.
GIANCIOTTO.
Ma  meglio
ch'ei venga meco, per la vostra pace,
donna. Rimane Paolo
con voi. V'affido a lui. La sua Orabile
soggiorner pi lungo tempo in Rimino
e vi sar compagna. Ei lo promette.
Presto e sovente avrete
da Pesaro messaggi, et ho speranza
che da Rimino anch'io ne avr sovente.
FRANCESCA.
Certo, signore. Non vi punga alcuna
inquietudine.
GIANCIOTTO.
Ogni
malinconia cacciate dalla vostra
anima. E i canti e i suoni
vi rallegrino, e abbiate belle robe
e fini odori. Non conviene il fuso
alla figlia di Guido. Ben lo so.
Vi ricordai quel detto
materno sol per farvi
sorridere. Aombrata non vi siete;
 vero, donna?
FRANCESCA.
Mi parea che fosse
in quel detto nascosta una rampogna
per me, signore.
GIANCIOTTO.
Antico detto, nato
entro le fosche mura di Verucchio
che troppo angusto nido  fatto omai
pe! Malatesti. Nelle nostre case
oggi, se mai si fila,
la porpora si fila in rcche d'oro.
Venite fra le mie braccia, mia cara
donna.
Francesca gli va incontro; egli la prende nelle sue braccia e la bacia. Paolo  rimasto su la soglia muto.
Vi dico addio! Mai tanto bella
mi sembraste, mai tanto dolce. E sempre
si parte!
Egli sfiora con la mano i capelli della donna; poi si scioglie da lei.
O mio fratello,
tu guardala, e la guardi il cielo. Vieni
e dammi il pegno
della tua fede.
Paolo gli s'accosta. E s'abbracciano.
Ov' la mia gorgiera?
La donna prende l'arnese e glie lo porge.
FRANCESCA.
Eccola.
GIANCIOTTO, mettendosi la gorgiera.
Paolo, affibbiamela.
Il fratello glie l'affibbia. La donna gli porge il bacinetto.
Ti sovviene, fratello,
di quella sera su la Torre Mastra?
del colpo di balestra?
Francesca, vi sovviene?
Et era in su quest'ora.
Ucciso fu Cignatta. Oggi Montagna
si ricongiunge a lui.
Un anno ancor non . Silenziosa
oggi  la nostra casa. Allora, tutte
le torri strepitavano nel cielo.
Francesca prende lo stocco di su la mensa e gli cinge il cingolo.
Vi sovviene, Francesca? Voi ci deste
da bere vin di Scio. Bevemmo tutti
in una stessa coppa.
Egli  interamente armato.
Beviamo ancora!
FRANCESCA.
Manca una coppa. Erano due. Dov'
l'altra?
Ella guarda se sia caduta.
GIANCIOTTO.
Una basta come allora.
In quella rimasta egli versa il vino e la offre colma a Francesca.
Buona
ventura Iddio ci dia!
FRANCESCA.
Bere non posso
questo vino, signore. Non son usa.
GIANCIOTTO.
Togliete un sorso come allora, e date
la coppa al vostro cognato, ch'ei beva!
Francesca toglie un sorso ed offre la coppa a Paolo che la riceve.
PAOLO.
Buona ventura al Podest di Pesaro!
Beve, rovesciando indietro il capo chiomato. S'ode alla porta destra la voce di Malatestino che spalanca l'uscio e compare gi tutto in arme pronto. Giunge squillo di tromba da una corte lontana.
MALATESTINO.
Pronto, Giovanni! Suona il buttasella.
A cavallo! A cavallo!
 ATTO QUINTO.
Riappare la camera adorna, con il letto incortinato, con la tribuna dei musici, col leggio che regge il libro chiuso. Quattro torchi di cera ardono su uno dei candelieri di ferro; due doppieri ardono sul deschetto. Le vetrate della finestra sono aperte alla notte serena. Sul davanzale  il testo del basilico; e accanto  un piatto dorato, pieno di grappoli d'uva novella.
Scena I. Si vede Francesca, per mezzo alle cortine disgiunte, supina sul letto ove s' distesa senza spogliarsi. Le donne, biancovestite, avvolte il viso ai leggiere bende bianche, sono sedute su le predelle basse; e parlano sommessamente per non destare la dama. Presso di loro, su uno scannello, sono posate cinque lampadette d'argento spente.
ADONELLA.
L'ha colta il sonno. Dorme.
Biancofiore si leva e va presso il letto pianamente. Spia; poi si volge, e torna alla sua predella.
BIANCOFIORE.
S, dorme. Ah com' bella!
ALTICHIARA.
Andando ver la state
 cresciuta in bellezza.
ALDA.
Come la spica.
GARSENDA.
Come
il papavero.
BIANCOFIORE.
O bella
state, non ti partire!
Le notti gi si vanno rinfrescando.
Sentite il fresco?
ALDA.
Sale
dal mare. Ah la delizia!
Col viso volto alla finestra trae un lungo respiro.
ADONELLA.
Il sire Autunno viene
con l'uva e i fichi in grembo.
BIANCOFIORE.
Settembre! L'uva e il fico pende.
ALTICHIARA, accennando al piatto.
Togli,
Adonella, una pigna
d'uva, da piluccare.
ADONELLA.
Ah che golosa!
ALTICHIARA.
Va, che ti luce l'acquolina in bocca.
Adonella toglie un bel grappolo dal piatto che  posato sul davanzale; poi torna alla sua predella e tiene sospeso il grappolo mentre le compagne d'intorno cominciano a piluccare.
BIANCOFIORE.
 moscadella, dolce.
ALDA.
Non gettate la buccia!
ALTICHIARA.
Si mangia tutto: buccia e vinacciuoli
GARSENDA.
Ha qualche acino aspretto.
BIANCOFIORE.
Dalla parte dell'ombra.
Piluccano per un poco senza ciance.
ADONELLA.
Che silenzio!
ALDA.
Bonaccia.
GARSENDA.
Odi? Una gala salpa
l'ncora.
BIANCOFIORE.
Questa notte
Madonna non ci fa cantare.
ALTICHIARA.
 stanca.
ALDA.
Il prigioniero
non urla pi.
GARSENDA.
Messer Malatestino gli ha tagliata
la testa.
ALDA.
Dici il vero?
GARSENDA.
S, oggi, innanzi vespro.
ALDA.
Come lo sai?
GARSENDA.
Me l'ha detto Smaragdi.
E l'avevo veduto,
alla partenza di Messer Giovanni,
nella corte, legare
un viluppo all'arcione.
E quella era la testa
mozza.
ADONELLA.
Dove la portano?
ALTICHIARA.
A chi la portano?
BIANCOFIORE
Ora cavalcano
per la marina,
sotto le stelle,
con quella testa
mozza!
ADONELLA.
Dove saran giunti?
ALDA.
All'inferno
avrebbono da giungere
e rimanerci!
GARSENDA.
Ah si respira in questa
casa, or che se ne sono
iti lo zoppo e l'orbo!
ALTICHIARA.
Zitta, che non ti senta
Madonna.
GARSENDA.
Non respira anche Madonna?
ALDA.
Messer Paolo  rimasto?
ALTICHIARA.
Zitta!
Francesca d un gemito nel sonno.
ADONELLA.
Si sveglia.
Ella getta dalla finestra il graspo. Biancofiore si leva di nuovo, va verso l'alcova; e spia.
BIANCOFIORE.
No, non s' svegliata.
Si lamenta nel sonno.
ADONELLA.
Sogna.
ALDA.
O Garsenda, e Madonna lo sa
che il prigioniero
non urla pi perch gli  stata mozza
la testa?
GARSENDA.
Certo
lo sa.
BIANCOFIORE.
Forse ne sogna.
ADONELLA.
Si veglier, chi sa fino a qual ora,
stanotte.
ALDA.
Hai sonno, Adonella?
ALTICHIARA.
L'aspetta
su per le scale Simonetto, il piffero.
ADONELLA.
Te, chi t'aspetta? Suzzo lo strozziere
col lgoro di cuoio
gentile?
ALDA.
Taci! Tacete. Svegliate
Madonna.
BIANCOFIORE.
E sanguinava,
Garsenda?
GARSENDA.
Chi?
BIANCOFIORE
Quel viluppo all'arcione.
GARSENDA.
Ho veduto in confuso. Nella corte
faceva scuro. Ma so che Smaragdi
ha dovuto lavare il pavimento,
l, nella sala
dei liocorni.
BIANCOFIORE.
Ora saranno verso la Cattolica.
GARSENDA.
Dio li tenga lontani, che su l'orme
non ripassino pi!
BIANCOFIORE.
E il cavallo paventa
sentendo penzolare nella notte
la cosa morta...
ADONELLA.
Come odora il basilico, la notte!
ALTICHIARA.
Come s' fatto folto! Pi non cape
nel vaso.
BIANCOFIORE.
Tu la sai, Garsenda. Contaci
la novella di quella Lisabetta
da Messina, che amava il giovinetto
pisano, e glie l'uccisero i fratelli
segretamente, et ella ritrov
il corpo dell'amante e gli spicc
dallo 'mbusto la testa
e la mise in un vaso con la terra
e dentro vi piant
un piede di basilico
e l'inaffi di pianto
e lo crebbe cos con le sue lacrime...
Conta, Garsenda, piano piano, mentre
si veglia.
Francesca d un gemito pi forte, e si agita sul letto affannosa. Le donne trasalgono.
ALDA.
Si lamenta,
smania nel sonno. Fa qualche mal sogno.
GARSENDA.
Dorme supina: l'incubo le grava
il petto.
ALTICHIARA.
La vogliamo noi destare?
BIANCOFIORE
No.  male destare all'improvviso
il cuor che vede.
Noi non sappiamo
che verit le apparisca.
ADONELLA.
Ella sempre
si fa spiegare i sogni dalla schiava...
Scena II. Francesca getta un grido di spavento, balza dal letto e fa l'atto di fuggire come inseguita selvaggiamente, agitando le mani su i fianchi come per liberarsi dalla presa.
FRANCESCA.
No, no! Non sono io! Non sono io!
Ahi! Ahi! M'azzannano... Aiuto! Mi
strappano
il cuore... Aiutami,
Paolo!
Ella sussulta, s'arresta e torna in s, pallida, affannata, mentre le donne le sono intorno sbigottite a confortarla.
GARSENDA.
Madonna, Madonna, noi siamo
qui. Vedete. Madonna, siamo noi.
ALTICHIARA.
Non vi prendete spavento.
ADONELLA.
Non c'
nessuno. Siamo noi
qui. Nessuno vi fa male, Madonna.
FRANCESCA, trasognata.
Che ho detto? Ho chiamato?
Che ho fatto, mio Dio?
ALDA.
Avete fatto qualche sogno tristo,
Madonna.
GARSENDA.
Ora  finito. Siamo noi
qui. Tutto  in pace.
FRANCESCA.
 tardi?
BIANCOFIORE.
Il sudore vi stilla dalla fronte,
L'asciuga.
FRANCESCA.
 assai notte? Garsenda,
Biancofiore, Alda... Tutte bianche siete
GARSENDA.
Saranno forse quattr'ore di notte,
Madonna.
FRANCESCA.
Quanto ho dormito? E Smaragdi?
Dov' Smaragdi?
tornata ancora?
BIANCOFIORE.
Non  tornata.
FRANCESCA.
Perch non  tornata?
BIANCOFIORE.
Madonna, dove la mandaste voi?
FRANCESCA.
Dste eravate? Il sonno
non v'ingann? Non l'avete veduta
entrare?
GARSENDA.
No, Madonna.
Nessuna di noi chiuse
ciglio. Abbiamo vegliato sempre.
ADONELLA.
Forse
 venuta, e se n' rimasa dietro
l'uscio, a giacere, come suole.
FRANCESCA.
Guarda,
Adonella, se fosse l.
Adonella va, discosta i lembi della portiera, apre l'uscio e guarda.
ADONELLA.
Smaragdi!
Smaragdi! Non risponde.
Non c' nessuno. Tutto  buio.
FRANCESCA.
Chiama,
chiama ancora.
ADONELLA.
Smaragdi!
FRANCESCA.
Prendi un lume.
Garsenda toglie una delle lampadette, l'accende a un doppiere e va alla porta. Esplora, con la compagna.
Gi da tempo tornata doveva essere.
Che l'abbia colta qualche male? Iddio
sa che; ma bene non sar.
BIANCOFIORE.
Non v'
ancor passata l'angoscia del sogno,
Madonna.
ALTICHIARA.
Respirate l'aria fresca.
La notte  tutta serena.
FRANCESCA.
La luna
 nata?
ALDA.
Forse nasce ora sui monti.
Ma non si vede anco albore sul mare.
Rientrano Garsenda e Adonella. L'una spegne la lampada.
FRANCESCA, ansiosa.
Ebbene? Torna?
GARSENDA.
Madonna, non c'
nessuno.
ADONELLA.
Buio e silenzio per tutto.
Tutti i famigli dormono oramai.
GARSENDA.
Solo abbiamo veduto...
S'arresta, peritosa.
FRANCESCA.
Solo avete veduto... Chi?
GARSENDA, esitante.
Madonna...
qualcuno, l... che stava ferm, l,
addosso al muro...
come una statua... solo... Gli brillava
la cintura... Madonna,
no, no, non paventate!
S'accosta di pi a Francesca e abbassa la voce.
Messer Paolo.
FRANCESCA, smarrita.
Perch?
ADONELLA.
Volete, Madonna, acconciarvi
il capo per la notte?
FRANCESCA.
No, non ho
pi sonno. Aspetter.
ALDA.
Sciogliervi i calzaretti?
BIANCOFIORE.
Profumarvi?
FRANCESCA.
No, voglio rimaner cosi. Non ho
pi sonno. Aspetter Smaragdi.
ALTICHIARA.
Andremo
in cerca.
GARSENDA.
 cos stanca
la meschina, al finir della giornata,
che s'addormenta dove si sofferma.
Forse la troveremo
stesa per una scala...
FRANCESCA.
Andate, andate.
Intanto io legger. Togli un doppiere,
Alda.
Alda toglie un doppiere di sul deschetto e lo porta al leggio che ha il foro per sostenerlo a capo del libro.
Ora andate. Tutte bianche siete!
La state non  morta?
Prima di sera avete voi veduto
le rondini partirsi?
Io era altrove,
alla vista dei monti,
quando calava il sole.
Tutte non son partite,  vero? Forse
domani partiranno gli altri stormi.
Salir su la torre, per vederle.
Mi canterete una canzone a ballo,
come per il calen di marzo. Avete
ancora quelle rondini dipinte,
in quella reticella?
ALDA.
S, Madonna.
FRANCESCA.
E domani alla danza
voi vi porrete
su quella veste
bianca una cotta nera
per somgliare
"la creatura allegra."
BIANCOFIORE.
S, Madonna.
FRANCESCA.
Andate, andate!
Ella apre il libro. Ciascuna delle biancovestite toglie la sua lampadetta d'argento sospesa a uno stelo uncinato. Adonella per prima va verso l'alto candeliere e, sollevandosi su la punta dei piedi, accende il lucignolo a un dei torchi. S'inchina ed esce, mentre Francesca la segue con gli occhi.
Adonella, tu vai.
Garsenda fa il medesimo atto.
Tu vai, Garsenda,
Altichiara fa il medesimo.
E tu vai, Altichiara.
Alda anche.
Alda, tu vai.
Exeunt omnes. Ultima resta Biancofiore; ed ella anche fa l'atto d'accendere la sua lampada; ma, com' pi piccola delle altre, non giunge alla fiammella del torchio.
O Biancofiore, piccola tu sei!
Non arrivi ad accendere la tua
lampadetta. Tu sei
la pi tenera, piccola colomba!
Biancofiore si volge sorridente.
Vieni.
La giovine si appressa. Francesca le accarezza i capelli.
Come sei bionda!
Tu somigli la mia Samaritana,
un poco... Ti ricordi
tu di Samaritana?
BIANCOFIORE.
S, Madonna.
La sua dolcezza non s'oblia. Nel cuore
serbata io l'ho, con gli angeli.
FRANCESCA.
Era dolce
la mia sorella,  vero, Biancofiore?
Ah, s'io l'avessi meco, se stanotte
ella facesse il suo piccolo letto
accanto al mio! Se ancora
una volta io potessi riudirla
correre scalza alla finestra, a piedi
nudi correre verso la finestra,
la piccola colomba, e dire, e dire:
"Francesca,  nata la stella diana
e vannosene via le gallinelle."
BIANCOFIORE.
Voi piangete, Madonna.
FRANCESCA.
Tu tremi, Biancofiore.
Subito sbigottiva anch'ella, e udivo
batterle il cuore... E diceva: "O sorella,
odimi: resta ancora con me! Resta
con me, dove nascemmo!
Non te n'andare!"
Et io le dissi: "Pigliami,
pigliami, e me con te!
Con un velo ricoprimi."
BIANCOFIORE.
Madonna,
il cuore mi passate.
Quale malinconia
vi tiene?
FRANCESCA.
Va, non piangere!
Tenera sei. Accendi la tua lampada
qui.
BIANCOFIORE.
Volete ch'io resti? Dormir
a pi del vostro letto.
FRANCESCA.
No, Biancofiore. Accendi la tua lampada
e vattene con Dio. Samaritana
forse pensa alla sua sorella.
Biancofiore accende il lucignolo al doppiere, e si china a baciare le mani di Francesca.
Via,
via, non piangere. Passano i pensieri
tristi. Tu canterai domani. Va.
La giovine si volge verso la porta e cammina lentamente. Come sta per uscire, Francesca obbedisce al presentimento.
Te ne vai, Biancofiore?
BIANCOFIORE.
No. Con voi resto, Madonna. Lasciate
ch'io resti, almeno finch non ritorni
Smaragdi!
Francesca esita un istante.
FRANCESCA.
Va.
BIANCOFIORE.
Dio vi guardi, Madonna!
Ultima exit.
Scena III. S'ode il rumore dell'uscio che si richiude. Francesca, rimasta sola, muove qualche passo verso la portiera; si sofferma, in ascolto.
FRANCESCA.
E cos vada s' pur mio destino!
S'appressa all'uscio, risoluta.
Lo chiamo.
Esita, si ritrae.
 ancora l. Ei stava fermo
addosso al muro,
come una statua, solo: gli brillava
la cintura, nell'ombra... Chi mi disse
questo? Chi fu? Come lontanamente!
Dentro all'elmetto il viso par che gli arda.
Le passano su lo spirito visioni in guisa di baleni.
Muto sta tra le lance
dei feditori.
La saetta lo piglia ne' capelli.
 mondata la macchia della frode.
Vuota la coppa arrovesciando indietro
il capo... Ah tutto fugge!
Il nemico ha nel pugno
il segreto e la scure.
"Giustiziere mi faccio
per vostra volont."
Ma il ferro non divider le labbra:
non divide la fiamma,
Ella va errando misera e ardente, sotto i baleni della sua anima.
non divide la fiamma che s'aderse.
Giunta al deschetto, prende lo specchio d'argento e vi si mira.
Oh silenzio, acqua profonda, sepolcro
pallido del mio viso
mortale! Quale voce
mi disse che non fui mai tanto bella?
"E nella solitudine affocata
dei vostri occhi, vissuto
di s veloce forza,
combattendo in disparte..."
Sola una voce squilla
su la cima del cuore;
e tutto il sangue fugge...
Ah!
Trasale udendo battere leggermente alla porta. Posa lo specchio, spegne col soffio il doppiere; va, anelante; chiama, sommessa.
Smaragdi! Smaragdi!
LA VOCE DI PAOLO.
Francesca!
Ella apre, con un gesto veemente.
Scena IV. Con l'anelito della sete ella si getta nelle braccia dell'amante.
FRANCESCA.
Paolo! Paolo!
Egli  vestito come nell'ora del vespro, a capo scoperto. La donna gli  sul cuore.
PAOLO.
O mia vita, non fu mai tanto folle
il desiderio mio di te. Sentivo
gi venir meno
dentro al core gli spiriti
che vivono degli occhi tuoi. La forza
mi si perdeva nella notte, uscitami
dal petto, come un fiume
terribile di sangue, fragorosa;
e paura ne avea l'anima, come
nell'ora chiusa
che con Dio mi provasti
per la saetta
e m'alzasti l donde non ritorna
l'uomo per volont di ritornare...
Non  l'alba? Non  gi l'alba? Tutte
le stelle tramontavano nei tuoi
capelli sparsi ai confini dell'ombra,
ove labbra non giungono!
Pi e pi volte lei reclinata bacia sui capelli appassionatamente.
FRANCESCA.
Perdonami,
perdonami! Lontano
anche tu m'apparivi,
lontano e muto,
con le pupille aride e fisse, quale
tra le lance inflessibili quel giorno.
Un sonno duro pi d'una percossa
mi spezz l'anima
come uno stelo; e parvemi giacere
su le pietre perduta... E sopraggiunsemi
quel sogno che da lungo
tempo io vedo, quel sogno
selvaggio che mi lacera;
e tutta di terrori
fui piena; e le mie donne
mi videro tremare,
piangere...
PAOLO.
Oh, piangere!
FRANCESCA.
Perdonami, perdonami,
amico dolce! Risvegliata m'hai,
liberata da ogni
angoscia. E non  l'alba;
le stelle non tramontano sul mare;
la state non  morta; e tu sei mio,
et io son tutta tua,
e la gioia perfetta
 nell'ardore della nostra vita.
L'amante la bacia e ribacia insaziabile.
PAOLO.
Rabbrividisci?
FRANCESCA.
Aperta
 la porta, e vi passa
l'alito della notte. Non lo senti?
 questa l'ora
silenziosa
che versa la rugiada
su le criniere
dei cavalli in cammino.
Chiudi la porta.
Paolo chiude la porta.
Paolo, vedesti tu con gli occhi tuoi
allontanarsi i cavalieri?
PAOLO.
S,
lungamente li scorsi dalla torre
finch l'ultima lancia
non si nascose nell'oscurit.
Vieni, vieni, Francesca! Ore di gaudii
lunghe ci son davanti,
con la selvaggia melodia d'autunno
e il rapimento della solitudine
in fuoco e il violento
fiume che non ha foce
e la sete immortale;
ma pur l'ora che fugge
mi d l'ansia di vivere
con mille vite,
col tremore dell'aere che t'abbraccia,
con l'affanno del mare,
con la furia del mondo,
perch niuna
delle cose infinite
che sono in te
mi resti ignota
et io non muoia senza aver divelta
dal tuo profondo
e assaporata l'infima radice
della mia gioia.
Egli la trae verso i cuscini di sciamito, presso il davanzale.
FRANCESCA.
Baciami gli occhi, baciami le tempie
e le guance e la gola...
cos.. cos...
tieni, e i polsi e le dita...
cos... Prendimi l'anima e rivrsala;
perch la volge indietro,
verso quello che fu,
il soffio della notte;
la rivolge alle pi lontane cose
la parola notturna,
e il bene che goduto fu m'ingombra
il cuore, e quale fosti
io ti veggo, non quale tu sarai,
mio bello e dolce amico.
PAOLO.
Ti trarr, ti trarr dov' l'oblio.
Pi non avr potere
sul desiderio il tempo
fatto schiavo. E la notte
e il d saran commisti
sopra la terra come sopra un solo
origliere; e le mani
dell'alba non sapranno pi disgiungere
le braccia oscure dalle bianche braccia
n districare
i capelli e le vene loro.
FRANCESCA.
Dice
quel Libro, l dove tu non leggesti:
"Siamo stati una vita, e degna cosa
 che noi siamo una morte."
PAOLO.
Sia chiuso
il Libro!
Egli si leva; chiude il libro sul leggo; e spegne il doppiere col soffio.
Non vi legger pi. Altrove
scritto  il destino. Nelle stelle  scritto
che palpitano come
la tua gola e i tuoi polsi
e le tue tempie,
forse perch ti furono monile
e serto quando andavi
ardendo per le vie del cielo. In quale
vigna cogliesti tu questi bei grappoli?
Hanno l'odore
dell'ebrezza e del miele,
come le vene gonfi di delizia,
frutti notturni! I piedi fiammeggianti
dell'Amore li premeranno. Dammi
la bocca. Ancora! Ancora!
La donna  abbandonata su i guanciali, immemore, vinta. A un tratto, nell'alto silenzio, un urto violento scuote l'uscio, come se taluno vi dia di petto per abbatterlo. Sbigottiti gli amanti sobbalzano e si levano.
LA VOCE DI GIANCIOTTO.
Francesca, apri! Francesca!
La donna  impietrata dal terrore. Paolo cerca con gli occhi intorno, tenendo la mano al pugnale. Lo sguardo va al maniglio della cateratta.
PAOLO, a bassa voce.
Fa cuore! Fa cuore! Io mi getto gi
per quella cateratta,
e tu vai ad aprirgli.
Ma non tremare!
Egli apre la cateratta. L'uscio sembra schiantarsi, agli urti iterati.
LA VOCE DI GIANCIOTTO.
Apri, Francesca, pel tuo capo!
PAOLO.
Aprigli,
aprigli! Va. Rimango
sotto l'imposta e attendo. Balzo fuori
se gridi, s'ei ti tocca.
Non tremare! Va franca!
Egli fa per gettarsi gi, mentre la donna gli obbedisce e va ad aprire vacillando.
LA VOCE DI GIANCIOTTO.
Apri, Francesca, pel tuo capo! Apri!
Scena ultima. Aperto l'uscio, Gianciotto tutto in arme e coperto di polvere, si precipita nella camera furibondo, cercando con gli occhi il fratello. Subito s'accorge che Paolo, stando fuori del pavimento con il capo e le spalle, si divincola ritenuto per la falda della sopravvesta a un ferro della cateratta. Francesca, a quella vista inattesa, getta un grido acutissimo, mentre lo Sciancato si fa sopra all'adultero e lo afferra per i capelli forzandolo a risalire.
GIANCIOTTO.
Sei preso nella trappola,
ah traditore! Bene ti s'acciuffa
per queste chiome!
La donna gli s'avventa al viso minacciosa.
FRANCESCA.
Lascialo!
Lascialo! Me, me prendi! Eccomi!
Il marito lascia la presa. Paolo balza dall'altra parte della cateratta e snuda il pugnale. Lo Sciancato indietreggia, sguaina lo stocco e gli si avventa addosso con impeto terribile. Francesca in un baleno si getta tra mezzo ai due; ma, come il marito tutto si grava sopra il colpo e non pu ritenerlo, ella ha il petto trapassato dal ferro, barcolla, gira su s stessa volgendosi a Paolo che lascia cadere il pugnale e la riceve tra le braccia.
FRANCESCA, morente.
Ah Paolo!
Lo Sciancato per un attimo s'arresta. Vede la donna stretta al cuore dell'amante che con le sue labbra le suggella le labbra spiranti. Folle di dolore e di furore, vibra al fianco del fratello un altro colpo mortale. I due corpi allacciati vacillano accennando di cadere; non danno un gemito; senza sciogliersi, piombano sul pavimento. Lo Sciancato si curva in silenzio, piega con pena un de' ginocchi; su l'altro spezza lo stocco sanguinoso.

COMMIATO.
Tu mi nascesti in riva al mare etrusco,
o poema di sangue e di lussuria,
su le sabbie arse, tra il selvaggio rusco,
laggi, dove la costa di Liguria
protesa par grande gala che salpi,
aspra di schiume se libeccio infuria.
Quivi hanno patria i vnti, e l'aer palpita
animoso agitando in vasta lite
le torme delle nubi contro l'Alpi
di Luni aguzze come le meschite
cui Dante rosse nella valle cerne
quando s'appressa la citt di Dite.
Impeto fanno al ciel con le superne
cime l'Alpi, onde spia le stelle Aronta,
nude e solcate di ferite eterne:
piene di deit se il d tramonta
lento e la notte ammanta i dorsi magni
e il sommo foco l'ombra ne sormonta.
L'Esule vi fis gli occhi grifagni
quand'ei posava presso il Malaspina,
l'ira sua valicando i morti stagni.
L'antico sguardo fece s divina
al mio pensiero la deserta chiostra
che l'anima v'alzai sera e mattina,
forza pregando alla fatica nostra;
ed  virt dell'alta mia preghiera
se talvolta il macigno in te si mostra.
Crescesti in solitudine severa,
in vista al monte alla marina al fiume;
per s franco fosti alla bufera.
Legato con amore in un volume,
o poema di sogni e di delitti,
or pellegrino va com' costume.
Verso il lito adriano, ai derelitti
campi ove sta la torre portuense
con l'ombra sua, convien che tu tragitti
memore sul pallore delle immense
lande ove febbre  fatta la memoria
cupa di tante e tante anime offense.
Sorgere dalla melma, ove la gloria
di Classe qual carena putre affonda,
con la morte vedrai l'antica Onoria.
Al soglio della selva tremebonda,
ove rintrona la caccia indefessa,
vedrai sorgere Elmichi e Rosamonda.
Anche vedrai tra gli alberi, lungh'essa
la taciturna riva, senza pace
il cavalier britanno e la contessa.
Tributo chieder quella vorace
terra che imperi e imperadori ingozza
e sazia di putredini si giace.
Lascia cadere quella testa mozza
in cui fu tronca l'ira ghibellina,
bevere i fiori nella rossa pozza.
Ma non far sosta; s per la marina
pi leggero discendi alla cittade
che nomin la tua dolce eroina.
Non scocco di balestre, non di spade
rugghio, n squillo di trombe. La forza
del sole novo tiene le contrade.
 primavera. Per l'erba che ammorza
i passi tra le lapidi corrose,
Ginevra d'Este e Polissena Sforza
vengonti incontro, le due tristi spose
che il sire infranse contro la sua cotta
d'arme e poi chiuse in tombe ingloriose.
Piangono. Ed ecco la divina Isotta
con l'amante superbo cui propizia
Pallade fu nell'infiammata lotta!
Libero come un inno di letizia
e di fecondit sorge alla vista
il Tempio che il novello culto inizia.
La bella primavera fu l'artista
che sculse i marmi ed anim d'eterna
gioia il disegno di Leon Battista.
Come ninfa nell'arbore materna
la gioia nei marmorei pilastri
palpita senza tregua; ed una interna
melodia come foco in alabastri
par trasparire ardentemente in ogni
stelo, salir per le ghirlande e i nastri.
L'umana giovinezza co' suoi sogni
trasfigurati quivi in mille vite
sembra che a un immortale amore agogni.
La volutt degli uomini Afrodite
 nell'arca che portan gli elefanti,
Evio imberbe  nel bronzo della vite.
I satiri biformi e le baccanti
colmarono di grappoli i canestri,
e premendoli il marmo par che canti.
Son gravi de' pi bei frutti terrestri
i festoni ricurvi, e mai alloro
pi ricco fu tessuto da pi destri
artefici in ghirlande, n mai coro
di spiriti e di forme pi giocondo
inalz l'inno ad Afrodite d'oro.
L'inno ascolta il chiomato Sigismondo,
la procellosa anima imperiale
ch'ebbe poche castella e non il mondo.
Fiore d'eternit, questo fatale
figlio del Desiderio e della Morte
riman chiuso nel cerchio trionfale.
Il crine irto nel turbo della sorte,
cui ricompose la divina Isotta,
or gli fluisce sopra il collo forte.
Tace il ruggito nella bocca dotta.
Intento alla belt l'occhio di lince
arde, che meglio vede quando annotta.
Cos per l'arte il gran tiranno vince
il tempo, assai pi vivo che allor quando
correva le cittadi e le province.
La sua voce d'amore e di comando
io vo' trarre dal marmo, e la sua gesta.
O poema sanguigno, a lui ti mando.
Ti mando a Sigismondo Malatesta
nel nome de' due spirti cui travaglia
la bufera infemal che mai non resta.
Ch'io lo veda tornare alla battaglia
come nella giornata di Piombino.
con quell'arme ch'egli ha nella medaglia;
cavalcare a traverso l'Apennino
col pensier disperato per iscorta
e con un buon pugnale dommaschino;
silenzioso giungere alla porta
di Roma contra il papa, avendo incisa
la sua ragione su la lama corta;
e trattar la fortuna alla sua guisa.
...
.
...
FINE.
...
.
...

NOTA.
.
Non occorre comento a un'opera di pura poesia. Per aver gioia dalla contemplazione di un edifizio armonioso, vogliamo noi conoscere da quali cave furon tratte le pietre tagliate che lo compongono? Ammirando un cavallo di muscoli veloci e di sangue ardente ci domandiamo noi da quali campi provengano il foraggio e la biada che lo nutrono e gli fanno si lucido il mantello? Nell'un caso e nell'altro, la vista delle belle linee e de' bei movimenti basta alla nostra felicit.
.
Il poeta rinunzia dunque a gravar di chiose dotte la sua tragedia; la quale non pu valere se non per la somma di vita attiva ch'ella contiene. Non gli giova tesser le lodi della sua propria diligenza con l'indicare ai lettori incolti quanto egli, nello studio del costume, abbia derivato dal padre Dante, dal Barberino, dai poeti bolognesi, dai cronisti, dai novellatori, dai miniatori, dai documenti pi rari e pi diversi. N gli piace d'indugiarsi a difendere la libert della poesia confessando come dove e quanto abbia egli alterato la successione degli avvenimenti nel tempo. Un decennio di folta storia romagnola fu compresso negli scorci dramatici, non senza violenza. Per dar rilievo alla figura di Malatestino dall'Occhio alcuni fatti della cronaca riminese - come la cacciata dei Parcitadi da Rimini per opera del mastin vecchio e il mal governo che il mastin novo fece di Montagna - furono anteposti alla morte dei "duo cognati."
.
Altrove altri arbitrii furon commessi, di minor gravit. Paziente ed infaticabile fu lo studioso, appunto perch il poeta si sentisse pi libero. Molte cose tuttavia a lui vollero insegnare i litteratissimi che sono deputati a scrivere dell'arte nelle gazzette cotidiane; e mai spettacolo fu pi allegro di quello che lungamente ci diedero costoro esercitando, come direbbe il buon Panciatichi, la lor censoria asinit. Per contro uomini di alta cultura, incanutiti nella fatica, specialmente esperti della materia medievale e cultori indefessi di Dante, riconobbero come singolari pregi dell'opera la forza del colore storico e la continuit dell'inspirazione dantesca. Il maggiore tra questi giudici onesti, Isidoro del Lungo, la cui dottrina  pari all'amore ch'egli professa per ogni nostra antica bellezza e gentilezza, ha scritto: "Il sentimento e il linguaggio di queste persone, cos delle principali come delle secondarie anzi anche delle minime, sono, qui poi  dir poco studiati, ma calcati con insistente vigoria, sui documenti della viva parola d'allora, senza scrupolo di traslazioni e assimilazioni, anzi cercandone con vaghezza ardimentosa; per modo che all'orecchio esercitato ritorna come l'eco di voci da secent'anni remote, e all'illusione scenica si connette quella delle imagini e de' suoni; e l'impressione  che l'arte abbia questa volta afferrato l'oggetto suo eterno: il Vero."
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Or questo vero, nelle esperienze della scena, fu assai pi rapidamente intuito dallo schietto popolo rude che dalla solita accozzaglia di spettatori fasciati di pregiudizii puerili, di basse abitudini e di falsa retorica. Segno che non invano il poeta s'era sforzato di commutare pur le sue ricerche pi faticose in imagini vive ed integre che sbito entrassero e s'imprimessero, con forma di colore e di ritmo, negli spiriti pi ingenui e pi avidi.
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Sotto l'auspicio nobilissimo di Eleonora Duse, all'apparato della tragedia concorse insolitamente l'opera del pittore dello scultore del cesellatore dell'orafo dell'armaiuolo del drappiere condotta con disciplina e con amore sagaci; cosicch quasi tutte le arti maggiori e minori furono chiamate a porre un'impronta di bellezza e di ricchezza su la suppellettile scenica. La medesima cura fu proseguita nella stampa di questo volume, perch esso rimanga come documento d'uno sforzo sincero e animoso che due volont concordi compirono in patria per testimoniare almeno la loro aspirazione verso quelle molteplici forme ideali che un tempo fecero della vita italiana l'ornamento del mondo.
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FINE.